Parla come se tu non fossi su LinkedIn
Nei confronti di attività di formazione performativa come il “public speaking” nutriamo un pregiudizio diverso rispetto a quello che riserviamo alle altre soft skills. Alla base di questa diversità c’è almeno un ingrediente significativo e ben identificabile: la paura di introiettare il capitalismo. Questa paura è trasversale, quotidiana, la manifestiamo in mille forme, dalla condivisione di reel su instagram archiviabili nella sfera di significati #vitalenta, alla lettura di questa rivista che state sfogliando, a tante altre piccole o grandi attività, opere e soprattutto omissioni. È difficile capire come siamo arrivati a questo curioso e perverso stato di autopercezione, ma affrontiamo la cosa per come ce l’abbiamo davanti - e dentro.
Omissioni, dicevamo. I colleghi più inseriti, più integrati, più lanciati, sono tutti d’accordo sul fatto che questi corsi di public speaking, che “neanche io all’inizio gli davo una lira, alla fine – credimi - servono”. Allora, caro gestore della macchina capitalista che dispone e retribuisce gerarchicamente le risorse umane: io il corsetto lo posso pure fare, ma tu mi devi garantire che quando esco dall’ufficio la smetto di parlare come un leader e torno a parlare come parlo io, coi miei difetti, le parole mangiate dalla voglia di finire la frase, l’imbarazzo nel guardare troppo a lungo chiunque sia davanti a me, e tutto il kit di accessori prossemici che mi rende me stesso. Ribadisco: in ufficio faccio volentieri la parte del leader carismatico e comunicatore, col tono e la sintassi più giusta e coinvolgente, ma non vorrei portarmeli a casa. Non vorrei adeguare un tratto così essenziale dell’identità a una regola ingegneristica, non voglio farmi il filler all’anima.
In altri termini, non voglio assomigliare (né online, né tantomeno offline) alla maggior parte delle persone che vedo su Linkedin. Non so se è una generale paura della morte o piuttosto paura di invecchiare così, ma non ricordo altri social network che abbiano prodotto principalmente questo tipo di sensazione. Su Facebook, ad esempio, c’erano i famosi “analfabeti funzionali”, che però producevano una sensazione (pelosa, artefatta, illusoria) di benessere relativo, quasi di orgoglio, e comunque di profonda consapevolezza di una diversità antropologica irriducibile. Su Linkedin invece il grigiore di quei post ti guarda negli occhi. Ti aspetta al varco. Anzi, meglio, ti ricatta: perché in fondo tu vuoi un po’ essere come loro. Vuoi la loro posizione, la loro RAL. E allora ti chiedi: concettualmente, astrattamente, è pensabile un universo in cui si possa prendere solo una parte del pacchetto? Può esistere un mondo in cui un amministratore delegato non deve sbandierare le foto col figlio in un post di autoelogio aziendale a fine anno? Le forche caudine del self-branding sono una cosa esorabile o inesorabile? E tutto questo discorso è l’ennesima trasposizione effimera e ciclica di ogni discorso adolescenziale che rifiuta ciò che presto sognerà/abbraccerà, o c’è qualcosa di vero?
Al di là della volpe e dell’uva, ipotesi che non escludiamo, Linkedin resta un argomento serio. Un episodio che mi ha colpito molto, credo un anno fa, è vedere un contatto di Linkedin pubblicare la foto della madre appena morta, insieme a una didascalia commossa.
(nota del disambiguatore: non trattavasi di una vecchia foto della madre che nel frattempo era defunta, ma una foto del cadavere della madre, steso sul letto, con l’anima già migrata altrove). Da allora ho pensato che fosse importante iniziare a ragionare su Linkedin, più o meno guidati da questo quesito di ricerca: se Linkedin è il nuovo Facebook, quali implicazioni politiche ne conseguono?
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