Nessuno vuole un figlio normale

Nessuno vuole un figlio normale

Il pensiero che l’orologio biologico stia iniziando a ticchettare non è già l’orologio biologico stesso che ticchetta?

Fatto sta che, all’alba dei miei 26 anni, mi ritrovo a riflettere sulla possibilità concreta di procreare tra un numero di anni non siderale.

Questo pensiero si intreccia a tre esperienze a loro modo illuminanti e grottesche: essere zia, lavorare a scuola e fare ricerca per l'ultimo bestiario.

Essere zia, infatti, ti mette fisicamente in braccio un bambino costringendoti ad avere a che fare con l’immanenza di una nuova vita che sbava, smoccola e stanca; lavorare a scuola con il sistema in cui un essere umano si “civilizza”; e fare ricerca sulla prevedibilità e la sorte con il fatto che, in fondo, il gioco d’azzardo più selvaggio si gioca alla roulette della genetica.

Infatti, nonostante in quel distopico paese che sta diventando gli Stati Uniti stiano aprendo delle boutique in cui poter manipolare il corredo genetico di un figlio, per i comuni mortali questo resta appannaggio della più cieca fortuna ed è forse l’unica frontiera rimasta aperta all’anarchia.

Anche se accuratissime (e costosissime) analisi genetiche preliminari a un concepimento possono darci uno spoiler sul “risultato” dell’addizione con il nostro partner, rimane un mistero come quel risultato interagirà con il mondo, modificandolo ed essendone modificato continuamente.

Questa constatazione — che da scritta sembra quanto mai banale — in realtà si scontra con le manie di controllo della nostra epoca. Sia ben chiaro: tutte le generazioni hanno tentato di plasmare le successive a immagine della propria, ma cosa succede se questo patetico tentativo fallimentare avviene in tempi di perenne esposizione alle telecamere?

In un contesto di inquietante mutuo controllo esistenziale, essere genitori è diventata una forsennata lotta alla condizione basilare della genitorialità: l’inadeguatezza.

Lavorare in una scuola senza togliersi le lenti antropologiche offre un campo di studio infinito sulle famiglie contemporanee, ebbene, c’è una notizia: sono tutte postacci!

Non c’è redenzione né per i genitori in carriera, né per quelli dagli strumenti materiali ed esistenziali decisamente poveri, né per le famiglie nel bosco, né per quelle di City Life, né per i genitori di destra né per quelli di sinistra: non c’è salvezza nella finzione che sia tutto sotto controllo.

Mi pare di aver capito, infatti, che nessuno vuole un figlio normale. Che se un bambino o un ragazzino non è un fenomeno a scuola o in qualche attività, o non lo è da subito, allora c’è un problema e questo problema va gestito - o fatto gestire.

E così il pomeriggio di un bambino diventa più fitto del planning dei corsi in palestra, al lavoro full time della mamma si aggiunge un webinar sul gentle parenting mentre il papà bestemmia di sottecchi Maria Montessori. Il carico di ansia di molti genitori sui figli spesso parte dalla gravidanza stessa che diventa l’emblema della tendenza occidentale a medicalizzare tutto.

Solo che nel momento in cui questa vita, che magari siamo stati costretti a pensare e schedulare in una finestra di anni strettissima e sull’orlo della scadenza del tempo utile per procreare, viene effettivamente al mondo, porta con sé il peso di un’aspettativa che non è solo la nostra, dei nonni o della comunità a noi più vicina, ma della community di tutte le persone a cui permettiamo di osservare (e giudicare) la nostra connaturata inadeguatezza.

E se, Dio non voglia, nostro figlio non fosse un fenomeno in qualcosa? Ecco che scatta la caccia alla patologia. E mentre tutti sappiamo cosa significa ADHD e abbiamo fatto un test online per verificare se lo fossimo, abbiamo anche il coraggio di chiederci se tutte queste neurodivergenze siano sempre esistite.

La diagnosi, molto spesso, non è che un libretto di istruzioni. Se c’è una patologia, c’è un protocollo. Se c’è un protocollo, torna l’illusione del controllo.

La normalità richiede pazienza e confusione, mentre l’eccellenza o la patologia richiedono gestione. Ai genitori che leggono questa lettera dal mondo ritrovato chiedo scusa se ho minimizzato qualcosa che è ovvio non possa ancora capire, ai figli invece stringo la mano, con l’augurio che saperci inadeguati oggi generi meno casi umani come noi domani.

Benedetta Marinelli