LUDOCRAZIA

LUDOCRAZIA

Ricordo con tenerezza quando papà si alzava dal divano, mi prendeva per mano e insieme andavamo a giocare la schedina. Ricordo quel neon verde muschio con al centro la scritta giallo senape del Totocalcio. Ricordo i tavoli di plastica del bar, l’odore di sigaretta, la tosse dei vecchi. Ricordo le schedine sparse un po’ ovunque e i portapenne con le biro e i pennarelli neri. Accompagnati da un caffè per lui e da un cioccolatino per me, entrambi ingobbiti su quei foglietti bianchi, io e papà riempivamo i pallini più famosi del Bel Paese. 1 X 2, pronostici di pancia, senza troppi calcoli, e poi via a vidimare la schedina. Solo la sua, rigorosamente. In quei sabati pomeriggio il gioco sembrava davvero un gioco, un momento per essere complici, anche solo per dieci minuti.

Poi, gradualmente, le schedine precompilate del totocalcio sono sparite dai bar, e con loro i pennarelli neri. Sostituiti, nella forma ma non nella sostanza, da televisori con un'infinità di numeri decimali e da monitor self service. Giorno dopo giorno, dalla provincia più remota al centro città, nel nostro paese sono iniziati a spuntare come funghi locali dai vetri oscurati, ricoperti da vetrofanie opache con rovesciate, volée e schiacciate: i centri scommesse. Al loro interno, si consuma il dramma silenzioso della ludopatia. 

Ma se in Italia oggi siamo un paese di ludopatici è perché lo Stato ci ha reso tali. A partire dai primi anni’ 90 il gioco è diventato - è proprio il caso di dirlo - l’asso nella manica dello Stato per aumentare il proprio gettito fiscale e cercare di far fronte alla morsa del debito pubblico e di una crescita economica stagnante. 

Per lungo tempo, le occasioni di gioco d’azzardo per gli italiani sono state solamente tre (Lotto, Totocalcio e Totip). La prima novità si ebbe nel 1994, con l’introduzione del Gratta e Vinci, seguita nel 1997 da quella del SuperEnalotto. I mondiali di Francia ‘98 segnarono invece l’inizio dell’era delle scommesse sportive, a cui nel 2000 seguì l’avvento del Bingo e nel 2003 delle Slot Machines. Nel 2006 l’ondata di liberalizzazioni del decreto Bersani investì anche il settore del gioco d’azzardo, consentendo agli operatori esteri di accedere al mercato italiano, sia sull’offline che sull’online; un settore, quest’ultimo, fin lì limitato all’ippica e alle scommesse sportive. La necessità di reperire fondi per la ricostruzione post-sisma in Abruzzo giustificò, nel 2009, l’introduzione di poker on-line e videolottery (VLT) da parte del Governo Berlusconi, inaugurando quello che diventerà un vero e proprio modus operandi in situazioni emergenziali. 

Per arrivare alla completa liberalizzazione del gioco online così come lo conosciamo oggi, bisogna però attendere il 2011 quando, con il c.d. Decreto di Ferragosto, lo stesso governo Berlusconi — in piena crisi finanziaria e di legittimità politica — spalanca definitivamente le porte al gambling online, autorizzando il poker in modalità cash e casinò virtuali.

Se l’obiettivo era di racimolare qualche miliardo nella vana speranza di tappare i buchi di bilancio, allora è stato fatto un ottimo lavoro. Secondo il Libro Blu dell’Agenzie delle Dogane e dei Monopoli, dal 2006 ad oggi il valore totale delle puntate effettuate dagli italiani è aumentato del 296%, attestandosi a 154 miliardi di euro nel 2024, con una spesa pro capite monstre di circa €2300. Cifre, queste, che hanno garantito allo Stato nello stesso anno un gettito di oltre 13 miliardi di euro. 

Peccato però che tutto ciò sia avvenuto sulla pelle degli italiani. Il gioco d’azzardo patologico (gap) è stato inserito nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) come patologia psichiatrica. Non si tratta quindi del vizietto di Febbre da Cavallo, ma di una dipendenza patologica a tutti gli effetti che però, a differenza di altre, viene alimentata da un sistema fatto di bonus di entrata, account vip offerti dai siti di scommesse e offerte di viaggi, il tutto, non dimentichiamolo, con la complicità delle istituzioni. L’Istituto Superiore di Sanità ci dice che sono oggi un milione e quattrocentomila i ludopatici gravi in Italia, il 3% percento della popolazione maggiorenne. Sono loro che, da soli, fanno l’80% del giocato. Si tratta, e questo è forse il dato più allarmante, di un quadro clinico in cui l’età media dei giocatori si sta abbassando sempre di più: sarebbero circa il 50% degli under 15 italiani ad aver giocato almeno una volta, il 6,5% a farlo regolarmente. A farne le spese di questa dipendenza sono anche i familiari dei giocatori: un po’ come accade con il fumo, sono circa 20 milioni gli italiani vittime di “azzardo passivo”. Dal punto di vista geografico, analizzando i dati del Ministero risultano essere le regioni del sud quelle maggiormente esposte al fenomeno, con Campania, Abruzzo, Molise, Sicilia e Calabria in testa alla classifica di spesa pro capite.  

È proprio in virtù di questo quadro allarmante che nel 2018 il Parlamento italiano ha approvato il cosiddetto “Decreto Dignità” (D.L. n. 87/2018), che all’articolo 9 sancisce un divieto generalizzato di pubblicità del gioco d’azzardo e delle scommesse su media, eventi sportivi e sponsorizzazioni, includendo esplicitamente le maglie delle squadre e la cartellonistica all’interno degli impianti. Ma fatta la legge, trovato l’inganno: grazie ad un lavoro di fino all’interno delle stanze del potere romano, nelle linee guida attuative dell’Autorità Garante delle Comunicazioni (Agcom) del 2019, si è operata una distinzione tra informazione e pubblicità, di modo che i siti di statistiche sportive e livescore, due strumenti senz’altro indispensabili per gli scommettitori, risultano esenti dal divieto. È così che il marchio Betsson.sport, di proprietà della società di scommesse Betsson, è finito per essere stampato sulle maglie niente meno che dell’Inter. La stessa Betsson.sport che ha assoldato Francesco Totti, Roberto Baggio e Fabio Cannavaro come testimonial, e che ricorda a ogni giorno a milioni di maschi italiani che “La Passione fa la Differenza”. Peccato che il sito Betsson.sport risulti essere un’autentica scatola vuota. 

Al netto dei cavilli legislativi, le norme contenute nel Decreto Dignità sembravano quantomeno aver tracciato una nuova strada, recependo la crescente consapevolezza intorno ai rischi della ludopatia da parte del legislatore. Una strada che però l’attuale maggioranza ha scelto di non seguire, dal momento che nel marzo 2025 la VII Commissione Cultura del Senato ha approvato una risoluzione con cui impegna il Governo a smantellare una volta per tutte il divieto di pubblicità per le società di betting in nome della sostenibilità finanziaria del calcio italiano. 

Non c'è, in realtà, da sorprendersi. Sulla scorta di quanto fatto da Berlusconi con il Terremoto in Abruzzo, nel 2023 il Governo Meloni ha deciso di reperire i 45 milioni di euro necessari per la ricostruzione della Romagna alluvionata tramite il gioco d’azzardo. Un’estrazione settimanale aggiuntiva di Lotto, Superenalotto, 10eLotto e Simbolotto, e così passa tutto. Doveva essere una misura temporanea, prima fino al 2023, poi fino al 2024, ma la legge di Bilancio del 2025 l’ha resa definitiva, abolendo contestualmente l’Osservatorio Nazionale per il contrasto all’azzardo patologico e riducendo di almeno 16 milioni di euro i fondi per il contrasto alla ludopatia. 

Una mancanza di sensibilità verso la piaga della ludopatia che emerge a chiare lettere anche, e forse soprattutto, dalle scelte fatte dall’attuale maggioranza nell’ambito della più ampia riforma sul riordino del gioco d'azzardo. Una riforma che avrebbe potuto, come auspicato da molte associazioni del terzo settore, ricalibrare l’intero quadro normativo ponendo al centro gli effetti devastanti del fenomeno sul piano sociale e sanitario, ma che invece sembra essere addirittura un passo indietro rispetto alla situazione attuale. Un primo pacchetto di misure, varato a novembre 2024 e mirato esclusivamente al settore dell’online, ha semplicemente aumentato il costo delle concessioni e le aliquote sui ricavi delle società di scommesse, reintroducendo anzi, sostanzialmente, la possibilità di farsi pubblicità, attraverso campagne di sensibilizzazione, anche con il proprio logo, al “gioco responsabile”. Ancor più problematica sembra essere invece la bozza del decreto di riforma del gioco su rete fisica. Particolarmente delicata è la questione del “distanziometro”, che al momento sancisce il divieto di collocare esercizi commerciali con azzardo a meno di 3-500 metri da luoghi sensibili come scuole, chiese, ospedali, centri sociali, impianti sportivi, centri anziani. In base alla nuova proposta del Governo questo divieto verrebbe totalmente eliminato in alcuni casi e drasticamente ridimensionato in altri, grazie alla riduzione sia della distanza (200m) che della lista dei luoghi sensibili, che annovererebbe adesso solamente scuole secondarie e centri per la cura delle dipendenze (Serd). Stesso discorso per gli orari di chiusura obbligatori, che verrebbero anch’essi ridotti drasticamente, consentendo inoltre, in alcuni casi, l’apertura delle sale gioco durante tutta la notte.

Fare i moralisti a noi non è mai piaciuto. Sigarette, alcol, gioco d’azzardo, droghe, prostituzione: tutte cose che esistono e forse sempre esisteranno. Regolamentare l’attività economica che vi ruota attorno non è solo pragmatismo, ma un atto di onestà e lungimiranza. Ciò detto, bisogna sempre ricordarsi che si tratta di attività in cui l’interesse economico va nella direzione opposta di quello generale e pertanto è lo Stato che- da qui l’istituto del monopolio - dovrebbe fissare regole chiare entro cui il cittadino possa essere tutelato il più possibile. Nel caso del gioco d’azzardo questo non sta accadendo. Ciò che dà ancor più noia, però, è l’ipocrisia. Mentre le istituzioni parlano di “gioco sano”, “educazione al gioco” e “gioco responsabile”, la realtà è che qui nessuno vuole che si giochi responsabilmente. Accendere la televisione, andare in tabaccheria, tifare la propria squadra del cuore, sono tutti gesti banali che per un ludopatico si trasformano in tortura, in occasioni continue per cedere alla tentazione del gioco o cadere di nuovo nella dipendenza. Una tortura ancor più diabolica poichè, e questo bisogna ripeterlo fino allo sfinimento, inflitta da quello Stato stesso che dovrebbe proteggere i suoi cittadini. La classe politica del nostro paese ha scelto di colmare le proprie deficienze, la propria mancanza di visione e di strategia, mettendo su, negli ultimi trent’anni, un sistema estrattivo che è ormai asse portante delle finanze pubbliche, e poco importa se a patire le conseguenze di questa scelta sono centinaia di migliaia di famiglie che ogni giorno devono convivere con questo mostro in casa. 

 di Jacopo Di Gerlando e Vito Alberto Amendolara