Marie Kondo non ci salverà

Marie Kondo non ci salverà

Articolo estratto dal n°24, "Il Superfluo"

Se c’è qualcuno con cui dovresti impegnarti a mantenere un rapporto profondo, quest’estate, questo essere non è il tuo partner, né i tuoi genitori, né gli amici che ricontatti solo per dividere i costi della barca che vuoi noleggiare a Ponza, no. Quest’anno l’unica entità da curare è la tua monnezza. 

Esattamente, la “monnezza”, non i “rifiuti” poiché la monnezza è il risultato di un mondare, di uno sbucciare, di eliminare lo scarto rispetto all’essenza. 

Questo vorrebbero insegnarti le guru del decluttering, la magica pratica di liberarsi del superfluo per fare spazio alle cose davvero importanti. 

Ti saranno spuntati nel feed influencer come l’italiana Spazio Grigio o la più nota Marie Kondo, imprenditrici che hanno costruito e cavalcato una sorta di filosofia di vita buddhista-capitalista intorno al concetto di “decluttering”: cioè l’arte del buttare via, di liberarsi degli oggetti che non ci danno gioia per riempire vite e case di sole cose “importanti” e, a partire da questo, generare ricchezza.

A partire da dieci minuti al giorno, infatti, facendo respiri profondi e profonde valutazioni, possiamo iniziare a buttare i vecchi cavi elettrici rotti, poi le magliette infeltrite, poi ancora le bomboniere dei matrimoni, per poi arrivare, come in un percorso spirituale, al nirvana della monnezza: eliminare i rapporti che non ci “arricchiscono”.

Il lessico è molto importante nella fenomenologia delle guru del decluttering, infatti è lampante quanto attinga alle sfere della psicologia e dell’economia. 

Ci si può servire, se necessario, di una decluttering consultant il cui servizio alla persona va ben oltre la riorganizzazione della casa o degli armadi, ma si pone come obiettivo il benessere “morale” dell’assistita/o, promettendo un lavoro “di squadra” e di “supporto”. 

Leggiamo in un sito di consulenza che “il decluttering (eliminazione del superfluo) è la parte più emotivamente complicata, perché non è mai facile lasciare andare le cose, ma è anche quella più importante. Il caos nasce quando tutto ciò che non viene usato continua a occupare lo spazio, a impegnare il tempo e a toglierti energia”. Insomma, al modico prezzo di 300 euro (per circa sei ore di consulenza online), si potrà comprare il supporto morale per farci accompagnare nell’elaborazione del lutto di lasciar andare le cose che riempiono la nostra casa e la nostra vita. 

Ora, non ci sorprende, che le mille sfaccettature del personal branding abbiano raggiunto anche questa sfaccettatura della vita, del resto si tratta di una risposta a un fatto concreto: il surplus di oggetti. 

Un noto filosofo diceva che il design genera i problemi per poi poter costruire le soluzioni ad essi: all’incirca il 90% delle cose che possediamo nasce su questo presupposto, e cioè l’illusione di dover comprare qualcosa che ci serve.

Se iniziamo a ragionare in questa direzione, ovvero l’ideale di possedere solo ciò di cui abbiamo bisogno, in un attimo ci ritroveremo convertiti a una qualsiasi religione rivelata o direttamente all’epicureismo, poiché tutto il sistema capitalistico è frutto di una serie di regole e prassi basati su mere illusioni teoriche, e a pensarci in maniera semplicistica, il bisogno che abbiamo è solo quello di assurgere ai bisogni primari e di farlo insieme; non a caso i più alti casi di benessere si registrano nella società di cacciatori raccoglitori.

Dunque il decluttering ci salverà tutti? La monnezza ci riporterà alla mondezza? Letteralmente alla “nettezza” del mondo e di noi stessi? Forse Marie Kondo è il nuovo messia? 

Dicevamo che la parola “monnezza” ha in sé questo senso profondo del mondare, trattenendo il giusto e il profondo delle cose. 

Proviamo adesso a pensare le cose che decidiamo di buttare come “spazzatura” che ha un’etimologia diversa: si tratta di un participio futuro (abbiamo fatto il classico, si vede?) del verbo spazzare, dunque la “parafrasi” precisa sarebbe “ciò che sta per essere buttato” o “ciò che deve essere buttato”. In questo senso la spazzatura non è solo quella che decidi di mettere nel secchio dell’umido o della plastica ma tutto ciò che compri. Ogni cosa è infatti futura spazzatura. Spazzatura in potenza, oggetto in atto. Spazzatura in potenza, ninnolo in atto, spazzatura in potenza, vestitino in atto, spazzatura in potenza, cellulare in atto, e potremmo continuare così all’infinito, dal momento che l’obsolescenza degli oggetti è la base del mercato di grandi fette di mercato, soprattutto l’area della tecnologia e della moda. 

L’inganno della cultura decluttering sta innanzitutto nella piattaforma non-neutra in cui viene promossa: i social sono piattaforme private, di aziende che capitalizzano sul tempo che passiamo su esse, dunque quando @spaziogrigio ti invita a non comprare più una determinata categorie di cose, te ne sta comunque vendendo un’altra, in maniera passiva (per il semplice fatto di pubblicare video su questo tipo di piattaforme) sia in maniera attiva, vendendo video-corsi, consulenze e app

Il secondo inganno sta nel fatto che l’ambizione ecologista del liberarsi del superfluo per tornare all’essenziale, passa attraverso l’acquisto di questi “beni essenziali”, spesso molto costosi e comunque non davvero necessari, prodotti di cui le nostre guru sono spesso brand ambassador. Il motto “solo cose belle” funziona solo se ci possiamo permettere quelle cose belle, liberandoci delle cose attualmente brutte, non tenendo conto che seppur la casa in cui viviamo arrivasse a diventare un tempio minimalista, comunque la casa di tutti, il pianeta terra, rimarrebbe comunque pieno di spazzatura, dentro e fuori i bidoni. 

Per questo, più che negare e “rifiutare” le cose che abbiamo deciso di comprare, nell’illusione che un organizer all’ultima moda possa salvarci, bisogna iniziare a pensare alla spazzatura come condizione esistenziale delle cose, con uno sguardo che abbracci la questione nella sua dimensione globale e collettiva. 

Non dobbiamo buttare il frullatore che non ci dà più gioia, anzi, dobbiamo fare in modo che compia il suo destino di spazzatura il più tardi possibile, con la consapevolezza (e la rassegnazione) che se vogliamo tornare a vivere nella “mondezza” e non nella “monnezza”, questo cambio di prospettiva deve avvenire per tutti. 

Più che a quanto serva a noi qualcosa, potremmo iniziare a chiederci quanto impatti la sua permanenza sulla terra e nella nostra vita, non nel momento in cui “rifiutiamo” quel qualcosa, ma nel momento in cui lo “accettiamo”, comprandolo. 

Insomma, buttare via è un gesto che va ben oltre il nostro bidone, che se da un lato investe uno sguardo ampiamente globale, dall’altro va arginato. Il lessico del decluttering investe ormai anche l’ambito relazionale, e non parliamo solo della “pulizia contatti” di boomeriana memoria. Eliminare il superfluo significa eliminare spazio, ritagliare un tempo che viene sempre di più reindirizzato su noi stessi e basta. 

Le decluttering influencer guidano anche meditazioni, sono patite dello yoga, esperte del manifesting, tutti tipi di attività che si svolgono in solitudine, nell’asserzione che il tempo libero di qualità è solo il tempo che dedichiamo a noi. Temi pur sempre buddha-friendly come la solidarietà o il volontariato sono estranei a questa cultura, e il dono è considerato solo in relazione agli scatoloni di vestiti vecchi da sbolognare a un’associazione qualsiasi, ma solo dopo che non hanno avuto successo su Vinted. 

L’unica cosa, insomma, che ci sentiamo di buttare via a cuor leggero è proprio il libro di Marie Kondo, ma forse anche per lui c’è un destino, del resto ci sarà sempre un tavolo traballante da stabilizzare!

di Benedetta Marinelli