Il problema non sei tu, è il matcha latte
È nei bar in marmo e metallo che ci sentiamo precari. Nel minimalismo di una vetrina di lievitati al cardamomo che sappiamo di essere di passaggio. Il matcha latte nel bicchiere di carta ci dice che oggi ci siamo e domani non più. Glielo leggiamo negli occhi al ragazzo dietro il bancone che ci sorride mentre ci spiega le nuova miscela che ci vuole far provare.
È tutto perfetto. Il cornetto ha gli alveari articolati come nei reel, nel caffè filtro che beviamo c’è veramente la nota di liquirizia di cui ci parlavano. Eppure ci sentiamo insicuri. Intanto perché non ci ricordiamo bene dove siamo. Se nel bar a Copenaghen o nel bar di Madrid, identico a quello di Copenaghen o in quello in cui eravamo stati a Stoccolma, identico a quello di Madrid e Copenaghen.
E anche quando ci ricordiamo che siamo a Roma, dietro il Cupolone - nel nuovo caffè shop che ha aperto e che è uguale a tutti gli altri - ci sentiamo lo stesso vulnerabili. Perché sappiamo che già domani questo posto non ci sarà più. Hanno vite più brevi delle nostre gli specialty coffe shops.
E non è una certezza ma piuttosto un sospetto, una sensazione, un sentimento che sa di profezia e ci rattrista. Lo capiamo dal logo del bar con la scritta in caratteri tipografici, addolcita da un’illustrazione semplice di un omino dalle gambe lunghe e con in testa un cappellino che sorseggia un caffé. Lo stesso stile, la stessa idea di quello di Milano. Lo capiamo dal décor, che sa di scenografia, di un set cinema ben allestito: il bancone in alluminio, la lavagna nera dalle rifiniture in legno, il cemento resina a terra color avorio o tortora, i tavolini piccoli in marmo, le magliette larghe dei ragazzi che ci lavorano, che ti salutano con “Good morning” anche se sei a Prati e sei di Prati e lui è di Prati, i laptop mezzi aperti degli expat.
Ma soprattutto, dalla fila. E ci chiediamo: ma si può stare in fila per un bar? Va bene al massimo per un evento, una discoteca, l’apertura di un museo, ma per un bar non si può fare la fila. Come può un bar con la fila fuori diventare luogo di ritrovo, spazio di comunità, crocevia di vite diverse spesso per il resto del tempo della giornata invisibili l’uno per le altre?
Frequentare uno di questi specialty coffee nel proprio quartiere restituisce una sensazione di spaesamento - non solo per i prezzi che toccano i 6 euro per cappuccino e cornetto - ma per la sua volatilità, l’impossibilità ontologica di un suo radicamento in quel territorio. Come un pop up, un food truck che passa per una sagra, il carrellino dei profumi sull’aereo.
Entriamo e sembra di muoverci in un feed di Pinterest: stessi colori, stessi materiali, stesse grafiche, stesse persone. Navighiamo in un algoritmo, siamo inceppati in un trend.
Viene naturale chiedersi allora cosa saranno queste mura tra cento, anzi meno, vent’anni. Già vediamo questo bancone passare dall’alluminio al bambù, o forse alla gomma, il cornetto stile francese trasformarsi in una brioche sudamericana o filippina o chissà. È l’effetto Avocado Bar. Che fine hanno fatto gli avocado bar?
Sono spariti nell' iperspazio di Instagram, nel sottosopra del nostro cervello, dove abbiamo smesso di desiderare le uova poché che colano sulle fettine di avocado spalmate su un pezzo di pane caldo morso da una ragazza che fa “quanto è buono” con la mano.
Ma un bar allora non dovrebbe avere la presunzione di vincere il tempo, ridere delle mode e delle tendenze passeggere?
Forse resteranno i bar brutti, ora per lo più di proprietà cinese. O forse no. Anche quelli diventati luoghi di elezioni di artistoidi, studenti di moda e di design.
Qualche volta, fuori dalle grandi città europee, capita di imbattersi in uno di quelli sopravvissuti della gentrificazione dei bar. C’è l’avvocatuncolo che prende il caffé cattivo al bancone ingozzandosi con un cornetto surgelato, l’operaio straniero che mangia il suo panino bevendo una coca cola, due vecchi che giocano a carte con il loro gingerino, le sciure coi cani che bevono un caffè macchiato, il vedovo che legge il giornale, due studenti che hanno marinato la scuola con gli occhi vispi mentre si tengono la mano sotto il tavolino in ferro.