Come possiamo amarci qui?
Il segreto di un matrimonio duraturo?
Non comprare mobili da Ikea. Basta fare un giro negli hangar gialli e blu tutti uguali a ogni latitudine del globo per averne la conferma.
Ikea è la causa principale del fallimento della maggior parte dei matrimoni in Occidente. Quale famiglia, quale rapporto duraturo, quale relazione stabile si può fondare se a caposaldo dell’oikos ci sono arredi in compensato a cui nessuno si affeziona e di cui ci si può liberare senza remore?
Oggi il divorzio è un procedimento facilitato dalla rapidità con cui ci sbarazziamo di questi mobili, mobili disegnati secondo un modello razionalista, igienico, anonimo, con questo taglio minimal in cui si rispecchia il minimalismo dei nostri sentimenti, il nomadismo esistenziale, la precarietà dell’amore – e che fa diventare casa un luogo transitorio, la camera da letto un dormitorio, il salotto un punto di sosta qualsiasi. I mobili di Ikea trasformano i nostri cuori in alberghi a ore, dove gli affetti sono ospiti di passaggio.
Quando leggiamo con la nostra fidanzata il manuale delle istruzioni per montare la libreria Billy, e ci sentiamo un po’ MacGyver un po’ Giovanni Muciaccia, in realtà stiamo guardando il tutorial per smontare la nostra relazione. E così il letto Ramnefjäll, l’armadio Platsda – solo questi laidi nomi svedesi invitano al poliamore. La casa diventa scannatoio, ripostiglio, monastero modernista, dove persino il superfluo ha sempre una qualche funzione disfunzionale, è accessorio: l’apribottiglie-ballerina, l’orsetto-portacandele, la pera-lampada.
Come possiamo amarci qui dentro? Questo tavolo da pranzo sembra una scrivania, un tavolo da riunioni, e questo divano è anche un letto, l’armadio è lo stesso di quello che ho in ufficio, e io e te abbiamo le stesse ciabatte, la stessa vestaglia, lo stesso pigiama, non so più se sei la moglie, l’amante, la figlia o la suocera, in questa casa ugualitaria, dove la geometria non compone alcuna gerarchia e dove siamo bambini e insieme degenti.
Ripenso allora alla casa dei nonni dove vige un altro ordinamento, che decreta una ferrea divisione del lavoro, quindi dei ruoli, quindi degli spazi. La camera padronale è diversa da quella che fu delle bambine: le tende vigilano su segreti che i più piccoli non devono avere, perciò le loro camere ne sono prive, come sono prive di chiavi nella serratura. Ai più grandi è riservata una vita nella penombra, nelle stanze dei figli domina una luce diafana, aurorale. La cucina è regno indiscusso della nonna, che dirige come un’orchestra, lo studio del nonno, dove sulla scrivania, sotto un fermacarte a forma di scarabeo egizio si affastellano bollette e comunicazioni dall’Agenzia delle entrate, che lui gestisce trattenendo imprecazioni. Il salotto è territorio neutro, la settimana enigmistica campeggia sul tavolo basso a dichiarare un armistizio, orizzontali e verticali condivise ad alta voce scandiscono l’armonia post-prandiale.
Tutto è al suo posto in questo luogo che solo al mondo possiamo davvero chiamare casa. Il superfluo fa il superfluo: i ninnoli, i centrini, i sottobicchieri presi durante quel fine settimana a Venezia, la targhetta d’argento rivestita in velluto, regalata al nonno dopo cinquant’anni di onorata carriera, il cavallo d’ottone vinto al torneo di bridge dalla nonna, che è sempre stata più portata con le carte. Mentre l’utile fa l’utile, senza fronzoli: il batticarne, il passino, lo schiaccianoci, la mezzaluna, la pentola a pressione, l’affettatrice: chi ce li ha più in casa? A ogni oggetto è legato un ricordo, una ricetta, una profezia.
Basta vedere quale servizio di piatti è apparecchiato a tavola per indovinare il menù. Il mio set Färgklar dice che mangeremo poco e male, che ordineremo l’indiano su Glovo e lo assaggeremo direttamente dalla vaschetta di alluminio. Il divano alieno Ektorp, sembra fatto apposta, lo hanno realizzato in partnership con Glovo, per farci mangiare lì sopra, tanto se si macchia chissenefrega, lo abbiamo pagato 200 euro, al massimo si lava. Il divano dai nonni: per una macchia di sugo può scoppiare la guerra civile. Ecco perché sono arrivati alle nozze di platino, condividendo cose, e con loro affetti, speranze e paure. 60 anni di matrimonio. Se sommiamo i nostri di anni ci arriviamo a malapena.
Ma chi penserebbe sul serio al divorzio se avesse in casa la consolle di noce con specchiera intagliata, il servizio di piatti in ceramica dipinti a mano, le tovaglie ricamate, i tappeti persiani, le posate in argento, i portatovaglioli con le iniziali... Ci penseremo tutti due volte, perché questi mobili monumentali, questi oggetti animati sono i punti cardinali intorno a cui si svolge la routine quotidiana, testimoni eterni delle felicità e delle tristezze domestiche, sono loro gli inamovibili guardiani di ogni matrimonio che si rispetti e che abbia intenzione di durare più di una libreria Billy.
di Lorenzo Vitelli (dal n. 22 del Bestiario "I Supervissuti")