Lettere d'amore anonime - Lettera a V
Cara V.,
Farò finta che tu sia girata di spalle mentre scrivo questo.
La tua schiena candida mappa una costellazione di nei, che mi invitano gentili a sdraiarmi accanto a te, ma oggi non posso.
Di solito non sogno, eppur ho passato le ultime notti bagnato dal sudore del tormento.
Non prendo sonno e non m'abito più come qualche mese fa. Mi scompiglio i capelli girando il viso contro un cuscino a cui tento di dare le forme del tuo viso. Eppure non ne sono capace.
Sei lontana e di ora in ora scordo sempre più le vibrazioni della tua voce. Si mischia la realtà al ricordo, smielato e distorto di quando ti ho rincorsa per casa ridendo e respirando forte.
Respiro più avidamente da quando ti ho incontrata. È cresciuta in me la paura di non avere sufficiente ossigeno per spiegarmi.
Farò finta che tu sia girata di spalle mentre scrivo questo.
La tua schiena candida mappa una costellazione di nei, che mi invitano gentili a sdraiarmi accanto a te, ma oggi non posso.
Di solito non sogno, eppur ho passato le ultime notti bagnato dal sudore del tormento.
Non prendo sonno e non m'abito più come qualche mese fa. Mi scompiglio i capelli girando il viso contro un cuscino a cui tento di dare le forme del tuo viso. Eppure non ne sono capace.
Sei lontana e di ora in ora scordo sempre più le vibrazioni della tua voce. Si mischia la realtà al ricordo, smielato e distorto di quando ti ho rincorsa per casa ridendo e respirando forte.
Respiro più avidamente da quando ti ho incontrata. È cresciuta in me la paura di non avere sufficiente ossigeno per spiegarmi.
Che paura aver capito che essere vivi equivale ad essere fragili. E quanto mi è difficile spingermi ancor oltre: capire che quest'estasi va morsa ma non va divorata. Che non c'è nulla alla fine, se non polvere di stelle, all'infuori del gusto delle cose; che le forme e le quantità annientano l'immaginazione.
Me lo stai insegnando tu, che non c'è vergogna nel tornare bambini. Io che in vita mia ho voluto solo sentirmi adulto, che ho associato il complesso al profondo ed il semplice al superficiale.
Questa visione del mondo non m'appartiene più.
Mi commuovono i fiori ed il loro odore, io che l'ho sempre associati ai cimiteri, ne ridipingo il significato ogni volta che col sorriso me ne porgi un mazzetto, raccolto chissà in quale angolino di verde.
Tu sei così brava a trovare il verde nella vita, nonostante tu soffra i dolori d'ogni uomo, che sento di volerti seguire in ogni angolo del mondo, solo per sdraiarmi a terra con te.
Io che sto per compiere 22 anni, ogni volta che t'incontro perdo quei 10 anni di rincorse e dolori che pensavo fossero imperdonabili. Mi rapisci e mi rispedisci in un istante alle scuole medie, a riscoprire ogni ora della giornata, come se Dio ci avesse creati proprio ieri notte, e stanco si fosse addormentato sulla sua scrivania.
Perdoni, piena di vita, ogni scheggia di morte che mi è rimasta conficcata dentro. Ecco perché, sognando di vincere il Premio Pulitzer, ci sussurriamo le storie che vorremmo scrivere a quattro mani. Intanto, però, mentre il mondo già dorme, sul tavolo della cucina oscillano quattro piedi: Tu accendi una sigaretta ed io sorseggio un calice di rosso, sorridendo al soffitto ingiallito dalla nicotina. E forse siamo questo: Un fiore che cresce ai piedi di una palazzina scalcinata.
Me lo stai insegnando tu, che non c'è vergogna nel tornare bambini. Io che in vita mia ho voluto solo sentirmi adulto, che ho associato il complesso al profondo ed il semplice al superficiale.
Questa visione del mondo non m'appartiene più.
Mi commuovono i fiori ed il loro odore, io che l'ho sempre associati ai cimiteri, ne ridipingo il significato ogni volta che col sorriso me ne porgi un mazzetto, raccolto chissà in quale angolino di verde.
Tu sei così brava a trovare il verde nella vita, nonostante tu soffra i dolori d'ogni uomo, che sento di volerti seguire in ogni angolo del mondo, solo per sdraiarmi a terra con te.
Io che sto per compiere 22 anni, ogni volta che t'incontro perdo quei 10 anni di rincorse e dolori che pensavo fossero imperdonabili. Mi rapisci e mi rispedisci in un istante alle scuole medie, a riscoprire ogni ora della giornata, come se Dio ci avesse creati proprio ieri notte, e stanco si fosse addormentato sulla sua scrivania.
Perdoni, piena di vita, ogni scheggia di morte che mi è rimasta conficcata dentro. Ecco perché, sognando di vincere il Premio Pulitzer, ci sussurriamo le storie che vorremmo scrivere a quattro mani. Intanto, però, mentre il mondo già dorme, sul tavolo della cucina oscillano quattro piedi: Tu accendi una sigaretta ed io sorseggio un calice di rosso, sorridendo al soffitto ingiallito dalla nicotina. E forse siamo questo: Un fiore che cresce ai piedi di una palazzina scalcinata.