Che fine ha fatto la Body Positivity?

Che fine ha fatto la Body Positivity?

Vi capita mai di ripensare a qualche influencer che non appare da un po’ nel feed come a quei vecchi compagni di scuola a cui non si pensa per anni?

Attenzione, perché sono sempre le piccole curiosità a scoperchiare vasi di Pandora che sarebbe meglio tenere chiusi.

Nel mio caso, scopro che @MissCreamyCreamy, protagonista di deliziosi vlog sul mondo della cancelleria, del lettering, dei gattini e degli outfit colorati… è visibilmente dimagrita.

Non sono l’unica a notarlo, dal momento che ogni suo post è un lungo elenco di commenti (i tipici complinsulti che si fanno a chi dimagrisce, per essere precisi) proprio su questo cambiamento. Non mancano, giustamente, un paio di storie in evidenza in cui MissCreamyCreamy in persona chiede alla sua community di smettere di commentare in maniera così ossessiva il suo corpo, poiché il “complimento” di oggi tradisce un implicito disagio rispetto al corpo di ieri.

Neanche a farlo apposta, il giorno dopo aver deciso il tema di questa newsletter, sul Superquark per ADHD, Geopop, viene pubblicato un post dal titolo Nel futuro saremo tutti magri?

Il gancio era teso a un evento divulgativo sul fenomeno Ozempic (devo dire molto povero) ma i quasi 1000 commenti sottostanti aprono lo sguardo su una quantità aberrante di “nutrinazi” di cui, per qualche anno, ci eravamo dimenticati.

Che fine ha fatto la bodypositivity?

È finito quel movimento per cui si rivendicava visibilità e presenza per tutti i corpi “non conformi”, che ci ha fatto vedere Ashley Graham (forse la prima modella plus-size) protagonista del calendario Pirelli e di fashion week?

Chi scrive questa umile newsletter ne sa poco e niente della moda e delle leggi di mercato che avevano finalmente irrorato una nicchia di mercato rimasta arida (i corpi grassi, e, in particolare, quelli delle donne) e del perché, oggi, chiudano di nuovo i rubinetti.

Quello che però sa bene è cosa significa identificarsi come curvy/mid-size/plus-size/cicciona all’alba e al tramonto di un movimento che sembrava star facendo la differenza.

Ricordo, ad esempio, che nel 2021, mentre ricercavo l’ennesima parte di sotto di un bikini a vita alta —millantando una passione per la moda anni ’50 che di fatto mi rendeva la caricatura di una pubblicità della Cocacola— vidi per la prima volta dei culi di modella con le smagliature. Fu una sorta di epifania. Erano comunque meravigliosi culi da taglia 38, magari quelle smagliature erano solo la vendetta di un fotografo sottopagato, eppure fu bellissimo. Non vi dico l’entusiasmo di vedere Marco Rambaldi vestire dello stesso succinto macramè corpi eterei e giunonici insieme. Ho ancora impresso come un salmo il motto della pioniera dell’armocromia, Rossella Migliaccio: «Non è una questione di taglia ma di forma» mentre prendevo appunti sui migliori jeans per un fisico a pera, mela, ovale, triangolo inverso, a otto, diamante e chi più ne ha più ne metta.


Nel frattempo dalle scale di Sanremo scendevano Elodie e Big Mama insieme, entrambe spudoratamente sexy, così come il feed iniziava a riempirsi dell’hashtag #bodypositive e si vociferava che Kim Kardashian fosse andata sotto i ferri per avere il culo che io, modestamente, avevo da tutta la vita.

E la copertina di Vanity Fair con Vanessa Incontrada completamente nuda? «Nessuno mi può giudicare (nemmeno tu)» (2023) era il titolo e “metteva al bando il bodyshaming”.


Ci ho creduto nella body positivity.

Il feed si riempiva di influencer diversamente magre, tutte rigorosamente attiviste dal momento che il fatto stesso di esporsi sui social significava “sfidare” in qualche modo il modello-Ferragni. I nutrinazi o chiunque commentasse come aveva sempre fatto il corpo altrui veniva giustamente ghettizzato… o almeno questo succedeva nella mia echo chamber.

—per scoprire cosa significa questo ennesimo inglesismo compra l’ultimo Bestiario—

Potrei continuare all’infinito in questa spirale di nostalgia ma dobbiamo arrivare all’Ozempic, il miracoloso siero della magrezza, l’incantesimo che, in fondo, tutte noi ragazze occidentali aspettavamo da una vita.

Come tutte le magie è un farmaco partito da Hollywood che pian piano sta scendendo fino a noi, comuni culoni. Come tutte le fate madrine anch’esso tocca in sorte alle bionde normopeso come Cenerentola o alle persone ricche. Ma cosa succede se le persone ricche iniziano ad essere anche le paladine della bodypositivy?

Ora, potrei attaccare un lungo discorso sul fatto che esista un farmaco per dimagrire (e no, non venite a dirmi che ci sia stata un’epidemia di diabete a Beverly Hills), sulla grassofobia intrinseca nella medicina occidentale… ma non sono ancora pronta a una shitstorm.

Quello che invece vorrei che arrivasse, alla fine di questo sfogo-nostalgia, sono una serie di domande lasciate aperte da quella che si è rivelata l’ennesima esplosione di una semplice bolla di marketing, lo so, ma che stavolta fa più male.

Il punto è che la body positivity sembrava davvero la rivoluzione culturale di cui c’era (e c’è) bisogno. E fa rabbia rimangiare anni di lotta non appena intravediamo la possibilità di non dover più essere “coraggiose”.

Come cambia il significato della “cura di sé” se patologicizziamo di nuovo il nostro corpo? Qual è il prezzo della nostra coerenza di fronte a un flacone di Ozempic? Se la magrezza torna a essere l’unico status symbol acquistabile, che fine fa il nostro corpo politico? Dove si può posizionare la barricata di una resistenza?

Forse la verità è la più amara di tutte: siamo davvero libere di abitare il nostro corpo, o stiamo solo aspettando di poter finalmente permetterci di abbandonarlo?

Avere un corpo magro o grasso significa contrarre un debito morale che affonda le sue radici molto più in profondità rispetto a Hollywood: è sì nei film e sulle copertine, ma soprattutto è nelle fiabe che ci hanno raccontato, negli sguardi che abbiamo ricevuto, nel modo di muoverci che abbiamo interiorizzato. E tutto ci ha sempre detto che avere un corpo non conforme allo standard ci obbligava a compensare in qualunque modo: con l’intelligenza, la simpatia, la bontà (perché brutta può anche essere ma brutta e cattiva mai), infine, la politica.

Possiamo noi o chiunque sindacare sulla felicità che descrivono tantissime/i TikToker che intraprendono un percorso di dimagrimento? Non possiamo, perché tutti, in fondo, abbiamo un habitus culturale in cui stiamo stretti (o larghi), un debito morale sul nostro corpo che vorremmo scrollarci di dosso, perché in gioco non c’è né la salute né il marketing ma la felicità stessa.

Quella stessa felicità che, di fatto, ci è negata fuori dallo standard.

A chiosa di questo discorso, possiamo davvero ancora credere che la bodypositivity sia stato o sarà l’antidoto all’imperativo della magrezza?

Non riesco ad immaginare un mondo in cui una persona tra scegliere di essere magra o scegliere di essere grassa, a parità di sforzo, non sceglierebbe la prima via, e questo è sì un problema in teoria, ma anche una verità incontrovertibile.

Perché, come recita un vecchio proverbio, “quando il diavolo ti accarezza, vuole l’anima” e forse quando fashion e luxury brand e celebrities ti vogliono convincere che le cose stanno davvero cambiando, in realtà vogliono i tuoi soldi. Perché ormai sappiamo bene quanto il sistema capitalistico sia un agile mutaforma che cambia sempre pur rimanendo lo stesso. Eppure a volte è bello credergli.

A questo punto della storia, a noi l’ardua sentenza: rivendicare una felicità dentro e fuori lo specchio… o iniettarcela.

Still da “Animali Notturni”, film di Tom Ford | Articolo di Benedetta Marinelli, tratto da Bestiologia la rubrica di Lettera dal mondo ritrovato, la newsletter substack del Bestiario