La dittatura della prole
Mala tempora currunt. Cicerone, notoriamente al servizio delle cause perse, offre conforto e sfogo a tutti quelli che, se non per soldi certamente per denaro, si confrontano con la peggio gioventù: insegnanti bullizzati, psicologi afflitti, educatori sconfitti. Con rassegnazione e sconforto, gli esperti dell’infanzia diagnosticano la malattia del secolo: i figli, oggi, hanno sempre ragione. Ma da quando? Il fenomeno di sacralizzazione dell’infanzia risale alla seconda metà degli anni ’90 (circa) e rappresenta un effetto indesiderato del “metodo Montessori”.
Figlia degli ultimi spasimi ottocenteschi, Maria Montessori attuò una rivoluzione pedagogica, evidenziando che la disciplina - l’educazione - deve sorgere dal desiderio del discente, cioè muo- vere dagli interessi personali del bambino. Il metodo coercitivo è severamente bandito. Fino a qui, tutto bene.
Il declino dell’autoritarismo genitoriale ha visto, però, il trionfo di un liberalismo subdolo: in nome del diritto all’autodeterminazione, i figli hanno assunto il controllo “totalitario” dell’intera famiglia. La dittatura della prole è una forma di assolutismo atipico: il potere è suddiviso tra più teste coronate, raramente in accordo. Gli interessi del figlio maggiore confliggono con quelli del minore e, al moltiplicarsi della prole, cresce la minaccia del bellum ominium contra omnes. Padre e madre si guardano negli occhi, sconfitti. Nel 2024 non ci sono attenuanti: la genitorialità è una scelta consapevole e ponderata. Raramente un figlio arriva per caso. In Italia, si diventa mamme, mediamente, intorno ai 32 anni. L’allontanamento dall’età riproduttiva fisiologica in favore di una maturità psicologica rivela una tendenza contemporanea: la genitorialità è sentita come un mestiere a tempo pieno, non esente dal principio di performance. Accanto alle strutture convenzionali, asili e ludoteche, proliferano nuovi sussidi, corsi preparto, scuole di genitorialità organizzate dal Comune (Bologna in testa all’avanguardia). Al senso di responsabilità che matura, istintivamente, nelle neo mamme, si aggiunge un carico di pressioni esterne esercitato dai professionisti del settore (non dimentichiamo le puericultrici). In questo settore, l’errore è percepito come un fallimento.
Se la relazione educativa tradizionale era finalizzata all'emancipazione dei figli, il ruolo imposto al genitore odierno è quello di caregiver, “addetto alla cura”.
In questa mutata prospettiva, i bambini devono rimanere eternamente tali: l’autonomia sembra l’ultima priorità, scalzata da una piramide di bisogni aggiornata, al cui vertice si staglia il bi- nomio di “sicurezza” e “benessere” della prole.
I nuovi standard educativi esigono parametri economici non facilmente accessibili: fare figli è diventato, notoriamente, un lusso. L’incarico genitoriale necessita, inoltre, di una rete parentale di sostegno: i nonni sono il welfare necessario. Con disinvoltura, i “genitori in pensione” sostengono i propri figli – neo mamme e neo papà sull’orlo di molteplici crisi di nervi – accudendo i nipoti in base al principio della “vecchia scuola”, quella dell’esperienza. Storditi dal valium, disorientati dalle troppe nozioni acquisite, spaventati dalle conseguenze di errori inevitabili, a cosa si aggrappano i genitori odierni? I più “smart” attivano l’abbonamento premium a una quantità variabile di podcast su come gestire ogni fase della vita del figlio (con particolare focus sull’adolescenza).
I conservatori alzano la voce e colpevolizzano i social dell'alienazione dei giovani choosy. Quasi tutti si schierano compatti contro la scuola. Durante i colloqui con le famiglie, i professori combattono antifone ricorrenti: il brutto voto scoraggia, il rimprovero umilia, i compiti a casa limitano la libertà.
La verità è che a sentirsi scoraggiati, umiliati e limitati sono i genitori.
I giovani hanno problemi più seri: apparentemente aggressivi e strafottenti, a guardarli bene, sono tiranni di cristallo. La ditta- tura della prole è fondata sull’assenza. La famiglia è un ripostiglio di incertezze, dove i desideri dei ragazzi vengono esauditi ancor prima di essere espressi. La Gen Z ha perso il gusto e il privilegio di trasgredire: a tavola, gli adolescenti aspirano svogliatamente l’ Iqos, informano en passent che passeranno le vacanze di Natale con gli amici, in Val di Susa o in Messico.
Il 25 dicembre con i parenti è outdated. Non è necessario imporsi, contrattare: è sufficiente dare un saluto alla nonna prima di partire. Tutti felici e scontenti.
Felici di aver risparmiato una discussione, infelici di aver mancato l’ennesima occasione di un sacrosanto litigio.
Dov’è finita l’ombra del padre da cui separarsi? Dove il piacere di una sigaretta fumata di nascosto, il tentativo di occultare le prove con deodoranti sottomarca?
La gioventù non brucia più. Soffre a tempo pieno di una solitudine da cani troppo viziati.