‘A BOVO- Conversazione con Aurelio Picca su grazie e nostalgia
ANDREJ: Abbiamo deciso di riflettere sulla Nostalgia. Secondo te c’è un legame con il rimpianto?
PICCA: Tra la nostalgia e il rimpianto c’è una grande differenza, come tra la felicità e la gioia c’è una grande differenza... Sai, una volta, al generale De Gaulle chiesero «Generale ma lei è felice?» e lui rispose «ma lei mi prende per uno stupido?». Per dire che la felicità è quello stato medio, come il limbo. La gioia, in fondo, è breve ma è come il lusso, un’eccitazione tremenda, un super orgasmo, è toccare il sublime, il divino.
E così lo stato della nostalgia è molto simile alla malinconia di un tempo perduto. Il rimpianto, invece, è la ghigliottina, di cose che tu, per colpa tua o degli altri, non hai potuto vivere. Cose in cui ti sentivi vincente e invece la vita è andata avanti, come succede, e tu hai dovuto mollarle con un taglio netto. La nostalgia è voler rivedere, toccare qualcosa. È un luogo dell’anima. Io, per esempio, non vado a Venezia da un sacco di tempo. Mi manca proprio fisicamente, mi manca come nutrimento e so che devo tornare. Ecco, nel rimpianto non si può tornare.
Poi la nostalgia può essere anche proiettata al futuro, come, ad esempio, cose che si vorrebbero fare, che si amano e che si tenta di provare tutte per poter trovare quell’armonia, che a volte risulta al passato. Però, secondo me, la nostalgia, che è un sentimento poetico forte, leopardiano, credo che sia un sentimento più appartenente alla giovinezza che a uno che ha vissuto abbastanza la vita, che si è scontrato con essa e che ha sfidato il mondo. Per Leopardi la nostalgia è una cosa che si può sempre riprendere, che va bene così, che ti trastulla. È una culla del desiderio. Il rimpianto è una ferita che resta.
A: E tu ce l’hai?
PICCA: Eh sì certo, solo chi non ha vissuto non ha rimpianti. Chi non ce l’ha è rimasto a uno stadio di “infanzia pura”, semmai si possa avere un’infanzia pura, perché non tutte le infanzie sono pure, anche i bambini impuri esisto- no, nel senso di cattivi. Io, poi, credo che ci sono degli uomini che per ragioni imperscrutabili sono toccati dalla Grazia, che cioè mantengono sempre quel- la purezza, e per purezza intendo una capacità di offrirsi al di là delle ferite... alla vita, agli altri, si può declinare in generosità, in dono, ma in realtà è una Grazia.
Manzoni è speciale nel dire questo nelle tragedie. Ne “Il conte di Carmagnola” i personaggi, alla fine, sono delle persone con la Grazia che però il mondo castiga: uno muore e l’altro è portato a morte dai dogi di Venezia.
Insomma chi è dotato della Grazia ha sempre in dono, curiosamente, anche la sconfitta, mai la vittoria. Il mondo premia chi non ha Grazia, perché il mondo è sostenuto dagli incroci e dalle mistificazioni del potere, dalle me- schinità, dalle diffide, dalle ipocrisie. Tutte cose consistenti, la Grazie invece è inconsistente.
A: A proposito di Grazia, leggendo “Arsenale di Roma distrutta” mi è venuta nostalgia per quella Roma che racconti e che io non ho vissuto, che aveva, nonostante la distruzione e la bruttura, una Grazia...
PICCA: Eh sì, la Grazia era quella delle plebe! In Francia mi hanno definito il nuovo Pasolini... ma io non parlo di “borgatari”, che negli anni pasoliniani erano dei cavernicoli, sembravano i primi abitanti di Roma, i fondatori, gli stupratori; era gente che mangiava ancora cani e gatti negli anni ’50, quando 20 km a sud o a nord mangiavano galline e polli, loro non sapevano cosa fosse un pollo negli anni ’50!
Io in realtà racconto la plebe. Se senti nostalgia è per la plebe, che in francese è le peuple, quel popolino sotto la corte del Papa, il popolino artigiano, poveraccio, miserabile... e la plebe è sempre nuda anche quando ti colpisce alle spalle. Forse viene nostalgia perché uno non racconta tanto Roma, ma uno stadio dell’umanità, che è uno stato di povertà che risplende di umanità.
A: Dici che adesso questa plebe si è trasformata?
PICCA: È sopraffatta più che trasformata. Sopraffatta da una metropoli che mai sarà metropoli perché Roma nel suo DNA mantiene ancora l’aggregazione di tanti villaggi, da Centocelle a Testaccio a Trastevere, che sono tutti divisi tra loro, come i sette colli dall’origine. Una volta la battaglia tra loro si vedeva, adesso è camuffata, sotterranea ma esiste. E hanno tentato di “far la metropoli”, uniformandola, ma questo non regge.
È questo che ha soffocato la plebe, oltre al conformismo, agli usi, a certe qualità che hanno distrutto le arti e i mestieri. Dove trovare ormai gli artigiani? Tutto un mondo che era plebe non esiste più.
A: Tu pensi che sia stata la plebe a volersi riscattare dalla sua condizione e ad aver creato tutto questo?
PICCA: No no, la plebe non si è voluta riscattare ma è stata spinta a cambia- re atteggiamento. Io certe volte per scherzo mi affaccio dalla finestra, vedo uno e gli dico “a’ bovo” ??? Quello mi guarda così stupito che qualcuno dica ancora “a’ bovo”! Ma chi lo usa più. Roma si è travestita, è stata travolta dai cambiamenti globali come ogni cosa. Ma Roma mantiene, sotto sotto, quella genetica canagliesca e violenta che ti fa un sorriso e ti pugnala alle spalle, che l’ha contraddistinta fin dalla nascita. Non dimentichiamo che Roma nasce da un fratricidio e dallo stupro delle sabine, nasce dalla violenza. E questo antropologicamente pesa, non sparisce in poche migliaia di anni. Ci sono ancora delle nicchie, degli angoli in cui si respirano certi comportamenti e gesti, azioni, che sembrano congelate nel tempo. Mi ricordo che una volta a Testaccio, andai al bar in Via degli uffici del vicario, da Giolitti. E lì c’erano due vecchi signori che capivano perfettamente il mio dialetto, rispondendo- mi in romano. Poi, sai, ogni quartiere ha il suo intercalare, è stato Belli a in- ventare il “romano”, ogni quartiere prima parlava una sua declinazione. Chi si affacciava sui castelli parlava un romano, chi stava sui prenestini un altro.
A: Dal tuo libro sembra un mondo in cui anche la miseria era più genuina.
PICCA: Sì, era dignitosa, questa è la verità. E questo non solo a Roma, loro (il popolino) magari avevano due stanze e una cucina ma il letto era rifatto bene, le lenzuola pulite e rimboccate, il tavolo con la tovaglietta di plastica, la bombola del gas sotto i fornelli bianchi smaltati, il canovaccio pulito attaccato lì. La mattina mettevano già a bollire i fagioli, che erano già andati a comprare al mercato... c’era uno stato di Grazia in ogni cosa, una povertà, per ossimoro, lussuosa. Non era una povertà di “carie del capitale”, le carie del mondo globale. Tutti portavano camicie bianche, lavate, stirate, anche chi faceva lo scaricatore o il facchino al mercato. Quella era una povertà luminosa che quasi non è povertà, perché riportava all’essenziale della vita.
Chi stabilisce che devo mangiare caviale? A me non frega un cazzo. Loro an- davano dal pizzicagnolo che gli faceva assaggiare tutti i pezzettini di prosciutto per prenderne, toh, un etto al massimo, apparecchiavano tre cose, non esistevano i sabati sera e non c’era, soprattutto, questa invasione oleosa del turismo che ha alterato i colori, i toni, la prospettiva, la bellezza, il cibo, la fruizione della città. Roma è diventata una città palazzinara. Quella povertà lì, invece, era una povertà splendente, oserei dire francescana - anche se Francesco, che io amo tanto, era ancora più “essiccato”, ancora più povero, si accontentava di pane e acqua di fonte.
Ancora, le sarte e le pantalonaie che lavoravano a casa e che giravano il sugo quando sobbolliva, e all’una esatta si mangiava. Era tutto corretto. Mettevano i punti belli alle mutande, tu conosci qualcuno oggi che mette punti con ago, filo e ditale?
A: Tu hai nostalgia di quel mondo lì?
PICCA: No, ho più schifo e disprezzo per questo. Lo sai perché non ho nostalgia di quello? Perché l’ho vissuto. Vedi? Tu ne hai di più perché non l’hai vissuto quel periodo e sei più giovane.
A: Sì, ho nostalgia di un mondo in cui non c’era il superfluo.
PICCA: Certo, non c’era la possibilità di un terzo piatto, non ti alzavi da tavola attrippato. E quello ti bastava.
A: Che poi il paradosso di oggi: nelle famiglie più povere c’è più obesità.
PICCA: Appunto, c’è qualcosa che non va. Io sono convinto che si possa ancora cucinare per tre persone con 7/8 euro al giorno. Se si va al mercato con l’occhio giusto, misurato a quello che ti serve, te fai a pizza battuta a casa, te magni du’ ova, fai un minestrone la sera e che cazzo te vuoi magnà? Che te serve? Non hai trigliceridi, colesterolo, diabete che avanza. Non serve un cazzo. Io credo che questo popolo (per non chiamarlo massa) è quello che fa debiti per riempire il carrello di merda, che non cucina, che compra 7/8 cartoni di pizza. Pensa te il pane con pomodoro, bello con la cipolla, oppure aglio e oglio, non è meglio di quella pizzaccia zozza schifosa puzzolente?
A: Pensavo a mio nonno, che ha 84 anni, mentre mia nonna è più giovane. Entrambi comunque appartenevano a una generazione figlia di panettieri e pescivendoli di Formia. Loro hanno visto davvero la fame, dovendo scappare sugli Aurunci per la seconda guerra mondiale. Mi rendo conto che questa generazione che ha visto la miseria e la fame e che applica ancora una parsimonia, un giusto mezzo che tiene a bada una famiglia, tra poco non ci sarà più.
PICCA: Io non ho vissuto la miseria, ma l’ho vista. Ho lambito le ultime propaggini della miseria. Ho frequentato famiglie così pur essendo, grazie a Dio, più ricco. Ma ho visto mio nonno, proprietario terriero, che la mattina mangiava la zuppa con l’uovo. E lui diceva sempre, durante le contestazioni salariali degli anni ’70, che, se i soldi non bastavano, lui la carne non la comprava, aumenta la benzina? La macchina non la prendo, e questo era sorretto da un’integrità morale. Questa è la differenza: non c’è più interezza morale.
di Andrej Chinappi