Il rovescio della montagna. Cortina 2026
Non ricordo quale sia stata la mia reazione quando a Milano e Cortina, il 24 giugno 2019, è stata assegnata l’organizzazione delle Olimpiadi. I sette anni che mancavano devono essermi sembrati un’eternità, devo aver proiettato quell’evento in un futuro così lontano da non appartenermi, anche se Cortina dista appena dieci chilometri da casa, da San Vito di Cadore, il paese in cui sono cresciuto. Non ricordo di averne discusso con gli amici se non per riferirsi la notizia; non ricordo entusiasmo né dispiacere, devo averne semplicemente preso atto, senza volare troppo con la fantasia, senza immaginare atleti con tute fluorescenti che saltano dal vecchio trampolino o che sfrecciano a cento all’ora a bordo di grossi bob su strette paraboliche.
E di certo non immaginavo nemmeno una rotonda di proporzioni cosmiche, costellata da una schiera insensatamente fitta di lampioni accecanti come supernove, accesi notte e giorno, nel bel mezzo di uno dei prati più grandi e centrali del paese. Per migliorare la viabilità in vista delle Olimpiadi, a metà del 2023 Anas ha cominciato a costruire una tangenziale con l’intento di tagliare il centro del paese. 65 milioni di euro per una bretella stradale di due chilometri e mezzo, un viadotto e un ponte a cui si aggiungono quattro gallerie artificiali per tentare di ridurre l’impatto ambientale e il rumore: perché la variante passa a ridosso di un asilo, delle scuole medie, del cimitero, tutto rigorosamente su quei prati che sono la peculiarità e la ricchezza delle valli montane. La variante era prevista per i Mondiali di Sci che Cortina ha ospitato nel 2021, ma i lavori non sono mai partiti e sembrava che il progetto fosse stato accantonato. Con le Olimpiadi si è deciso di rispolverarlo. San Vito si è trasformato in un cantiere permanente, con frazioni del paese irraggiungibili se non a costo di deviazioni epiche; la polvere ha impestato l’aria, il rumore dei camion e dei martelli pneumatici è sempre presente in sottofondo e le reti da cantiere hanno ingabbiato il paese, un serpente di plastica che stritola la valle e ha fatto dell’arancione il colore dominante. Nonostante la consegna dell’opera fosse prevista per il novembre del 2025, i lavori non sono mai terminati: a ottobre l’avanzamento del cantiere era a un misero 45%. Per le Olimpiadi si è riusciti ad aprire in extremis solamente la rotonda al termine della tangenziale, rotonda che permette di raggiungere i parcheggi a valle del paese.
Ecco, i parcheggi. Quando Cortina ha vinto l’assegnazione dei Giochi Olimpici non immaginavo nemmeno che un giorno qualunque mia sorella mi avrebbe inviato una fotografia che avrei faticato a decifrare, una foto che inquadrava l’Antelao in sottofondo, una montagna familiare e inconfondibile, e una spianata di ghiaia in primo piano, che non riuscivo a collocare. Ha insistito perché mi sforzassi di scorgere qualche indizio, ma quel luogo non l’avevo mai visto. Mi era improvvisamente estraneo nonostante si trovasse a qualche passo da casa; ci ero passato centinaia di volte a passaggio con il cane, o di corsa; avevo trascorso lì buona parte dell’infanzia, scorrazzando in bicicletta con gli amici, giocando con i sassi sul greto del torrente. Quel luogo era irriconoscibile anche se ci avevo trascorso mesi interi, soprattutto d’estate, seduto sulla sedia da campeggio con un libro in mano, accanto a un pino oppure al sole, con i piedi a rinfrescarsi nell’acqua del Boite. Quello era un luogo in cui, in silenzio, trovavo la mia pace. Un luogo che mi era così intimo e che è stato raso al suolo, trasformato in un batter d’occhio in una piana asettica che ha portato via con sé l’ombra del bosco. E per cosa? Per costruire dei parcheggi smisurati da mille posti auto, immersi anche questi in un tripudio di luce sparata da giganteschi fari da stadio: dodici torri da dieci metri a ridosso di generatori a gasolio accesi inspiegabilmente tutta la notte, con il rombo e le emissioni che ne conseguono, nonostante i parcheggi chiudano a mezzanotte. Parcheggi dal costo di quaranta euro al giorno da cui bisogna camminare a piedi un chilometro in salita per raggiungere la rotonda, perché è solo da lì che partono i bus per raggiungere Cortina.

· Foto di Alberto di Leonardo
Le Olimpiadi termineranno tra pochi giorni; a San Vito, però, sembra che i Giochi non siano mai iniziati. Se non fosse per le inequivocabili tute da sci che indossano i volontari e gli addetti ai lavori, con i loghi di Milano-Cortina 2026 stampati sul petto, si potrebbe pensare di essere in qualsiasi altro paese di montagna, magari in Trentino o in Valle d’Aosta. L’atmosfera olimpica si è arenata al posto di blocco all’entrata di Cortina; nel resto della valle non ce n’è traccia. Sembra anzi che sia già la fine di marzo, quando la stagione sta per finire, la piazza è più vuota e nei bar si vedono solo le solite facce. Quella che era stata presentata come un’occasione irripetibile per rilanciare la valle si è rivelata un flop colossale. Le presenze sono state ampiamente al di sotto delle aspettative, forse per le pesanti incertezze organizzative, forse perché gli albergatori, annusando la possibilità di facili guadagni, si sono lasciati prendere la mano proponendo prezzi a dir poco esorbitanti. Alcuni parcheggi, specialmente quelli più lontani dal centro, tra cui lo spiazzo per cui è stato distrutto il bosco, sono stati usati a malapena e solo i giorni delle gare principali: ci sono state giornate intere in cui non c’era parcheggiata una sola auto. L’amministrazione comunale, che ha assecondato fin dall’inizio qualsiasi richiesta di sfruttamento del territorio in nome delle Olimpiadi, non è stata in grado di ripagare in nessun modo la comunità per i sacrifici sopportati in questi ultimi anni. Non si è organizzato nessun evento capace di creare anche solo un minimo di aggregazione, di dialogo, o quantomeno di festa: l’unica sala congressi del paese è stata messa anche quella a disposizione di Fondazione Milano-Cortina per distribuire gli accrediti. Non si è riusciti nemmeno a mettere uno schermo in piazza, o un gazebo a distribuire vin brulè.
San Vito, così come il resto della valle, è stato l’agnello da sacrificare senza indugi per quel turismo aggressivo e predatorio dei grandi eventi, che non si preoccupa dei danni che produce e si limita a godere della festa sul palcoscenico anche se il resto del teatro sta andando fuoco. Un turismo facoltoso capace di portare con sé solo la ricchezza del denaro. Una ricchezza che, però, ha saputo corrompere i valori di una comunità che prima dell’avvento del turismo era estremamente attenta alla cura e al rispetto del proprio territorio. Con la natura esisteva un rapporto simbiotico, fondato su agricoltura, silvicoltura e allevamento.Organizzazioni come le Regole inquadravano i boschi come beni comuni da tutelare per il benessere della collettività perché la vita in montagna era una vita dura, che dipendeva dalla solidarietà e dalla vicinanza del prossimo. Quei valori costituivano un’identità ruvida, ma pregna di significato. Dagli anni Ottanta, quando questi luoghi sono passati alla ribalta, chi viveva queste valli si è trovato tra le mani una miniera d’oro che ha svenduto, forse per senso di inadeguatezza nei confronti di una modernità che bussava alla porta, forse solamente per cupidigia. Oggi il 70% delle case del paese sono seconde case che restano sfitte durante la maggior parte dell’anno, così che i giovani che sono nati e cresciuti in questi luoghi, se non hanno la fortuna di ereditare una casa, si trovano a competere con un mercato immobiliare proibitivo.La stessa sorte tocca a quel turismo più rispettoso, guidato dalla genuina passione per la montagna, ma magari meno facoltoso, che si deve scontrare con l’assenza di strutture pensate per redditi più modesti, rendendo queste valli accessibili solo a un’élite che ben poco si cura delle problematiche delle comunità locali. L’impossibilità di abitare stabilmente contribuisce a far sì che la creazione di un tessuto sociale vivo e coeso sia una chimera.Il paese si anima solo per pochi mesi all’anno, in cui il lavoro senza tregua è l’imperativo, per poi sprofondare in un tragico letargo. Il ritmo della natura, il ritmo lento della semina e del raccolto, è stato rimpiazzato dal ritmo dei soldi, che governa la vita della valle come fosse un nuovo Sole. Quando sorge si è pronti a tutto pur di trattenerlo in cielo anche solo un attimo di più, si sfrutta ogni bagliore, e quando tramonta lascia dietro di sé la desolazione.
Le Olimpiadi sono solo l’acme di un processo che sembra inarrestabile. Le opere che sono state costruite in nome dei Giochi sono state pensate per alimentare quello stesso turismo che ha privato queste valli della propria indipendenza. Una bretella stradale che elude il centro del paese non ha alcuna ricaduta positiva sulla comunità locale: è l’ennesimo incentivo al trasporto privato e individuale per chi vuole raggiungere quanto più velocemente Cortina, non curandosi se per risparmiare tre minuti si sono distrutti prati storici o boschi infinitamente preziosi. E in ogni caso, se la tangenziale verrà terminata, sarà comunque utile solo un paio di mesi all’anno in alta stagione. La stessa sorte è toccata al bosco: raso al suolo per un parcheggio che è stato usato a malapena per tre settimane. Un paradigma di consumo e sfruttamento che si nasconde dietro slogan retorici e parole vuotate del loro significato: sostenibilità, ecologia e armonia sopra tutte. Durante la cerimonia di apertura l'ex presidente del CONI Malagò, rivolgendosi al pubblico, ai volontari e agli atleti ha detto che “in un’epoca in cui gran parte del mondo è divisa dai conflitti, la vostra presenza dimostra che un altro mondo è possibile. Un mondo fatto di unità, rispetto e armonia… Armonia”. Armonia è proprio la prima parola che mi è venuta in mente quando ho percorso per la prima volta la rotonda, quando ho visto il cemento stagliarsi su un prato bianco, con i boschi innevati e il Pelmo sullo sfondo. Armonia è la prima parola che mi è venuta in mente quando ho camminato per la prima volta in direzione di quel bosco che era una parte di me e che ora è una distesa di ghiaia. Questo è il lascito delle Olimpiadi: un’armonia che si è persa e che si continua a perdere, spacciata per progresso e sviluppo. Ma forse, proprio l’arroganza e la sfacciataggine portano con sé l’unica vera occasione dei Giochi: quella di chiedersi chi si è diventati; quella di ripensare, finalmente, sé stessi.
