Il Berlusca!
Vi ricordate di quando Silvio Berlusconi disse che in Italia i ristoranti erano sempre pieni? Tutta l’opposizione insorse come un sol uomo ma l’allora Presidente del Consiglio aveva ragione. Solo che dimenticava di aggiungere un piccolo particolare, e cioè che di quelli che affollavano i ristoranti almeno il 60% evade o elude le tasse (come gli stessi ristoratori, del resto) o ha qualcuno che paga per lui (per poi girare tutto magari al commercialista di fiducia).
A Berlusconi, nel cui segno sono cresciuti i nostri millennials, il bicchiere mezzo pieno gli faceva un baffo. Spot inneggianti all’ottimismo come Tonino Guerra non li ha mai fatti. Proprietario di tre reti televisive, non ne aveva proprio bisogno. Per lui, pubblicitario nell’animo e anche nel midollo, il bicchiere doveva essere sempre pieno. Del lato B della realtà (e solo di quella, certo, ci mancherebbe) non gli è mai importato nulla, così come, va da sé, non è mai importato nulla di un qualche pensiero critico degno di questo nome, di quella che Flaiano chiamava la visione cartaginese delle cose. Ma proprio questo che gli ha consentito di mettere la propria impronta sulla politica italiana dalla metà degli anni Novanta in poi, in modo indelebile, anche da morto, alla faccia dei tanti (tutti) convinti che il berlusconismo fosse finito con lui. E invece, ennesimo miracolo di marketing, persino un vuoto a perdere come Tajani, autentica rivelazione della scena politica degli ultimi anni, passa per essere ora un leader di partito. Una specie di miracolo a distanza, che ha mandato in cavalleria il piano da tempo predisposto dall’unico vero berlusconiano in circolazione, ovvero Matteo Renzi (già individuato non per nulla a suo tempo dallo stesso Berlusconi come possibile erede), costretto poi, temendo di rimanere in mutande, a ripiegare su un improbabile piano B: simulare vicinanza con quella Schlein sbeffeggiata fino al giorno prima…
A Berlusconi della politica-politica non è mai importato un fico secco. Solo la fuga di Craxi e il sussiegoso “no” incassato a ruota da Martinazzoli lo costrinsero nel 1994 a “scendere in campo”. A lui importava solo di sé, delle proprie aziende, dei propri affari, di come difendersi dalla giustizia. E naturalmente, a contorno, del suo giro privato di ragazzine, nipoti di Mubarak o no che fossero. Senso di sé quanto se ne vuole, ma dello Stato poco o nulla (ma se non altro nessuna di quelle privatizzazioni prodiane di cui ancora si pagano le conseguenze...).

Proprio per questo piaceva tanto - e piace ancora, da lassù o laggiù, ovunque sia - agli italiani, popolo cui il senso dello Stato ha sempre fatto difetto. Quando mai l’avevano visto un capo di governo la cui dottrina era a dir poco generosa? Non pagare - le tasse, il canone RAI, la prima casa, semmai, unica eccezione, le donne - fregarsene dell’ambiente e di vincoli di qualsiasi natura, abusi e condoni e amnistie a go go, il tutto condito per giunta dalle proverbiali barzellette. La casa che sapeva offrire era davvero quella delle “libertà”, e lui lo aveva capito fin dall’inizio, facendoci vedere gratis le sue tv, commerciali di nome e di fatto.
A differenza di quello che si sente spesso ripetere, Berlusconi non ha cambiato gli italiani. Piuttosto li ha capiti, interpretati, magari illusi, ma cambiati no di certo. Di sicuro non li ha invitati ad essere più riflessivi, più eleganti, più etici, semmai più paraculi, coloriti e volgari, in puro stile Drive in. Così facendo ha sferrato però una mazzata a un pensiero progressista-perbenista di per sé da tempo assai diciamo confuso, che intraprendendo una guerra ad personam contro di lui, si è dimenticato di far politica, quella vera. E non date retta a quelli che gli addebitano tutti i mali del Paese, sono gli stessi convinti che tutti i mali del mondo dipendano da Trump.
Il Paese era già malato prima che arrivasse lui, e lui, italiano (di origine non troppo controllata veramente, ma garantita questo sì eccome), gli italiani li ha davvero sedotti per trent’anni e passa, con quello stesso savoir faire che da giovane aveva sfoggiato sulle navi da crociera come intrattenitore, magari cantando anche canzoni in francese. Un seduttore nato, uno che detestava la politica e che dalla politica era cordialmente detestato, come perfettamente testimoniato dall’ormai storico scambio di risatine Merkel-Sarkozy. Talmente seduttore da sedurre perfino Prodi e tutti i suoi “nemici”, quando sembrava ormai scontato che Rete 4 fosse condannata ad andare sul satellite. Talmente seduttore da farsi amico prima Putin e poi Gheddafi, e Dio solo sa se non aveva ragione lui a opporsi fino alla fine al piano anti Libano orchestrato dalla Francia col sostegno del presidente Napolitano. Talmente seduttore da resuscitare, perfino, dopo essere stato dato per morto prima ancora che fosse morto. Un miracolo targato governo Monti.
Lasciamo perdere la famosa “rivoluzione liberale” tanto sbandierata dai suoi seguaci. Quella era solo la favoletta politica da raccontare in giro, come quella dei comunisti che mangiavano i bambini. Ma in una logica da venditore anche le favolette potevano essere funzionali. L’importante era volteggiare sulla realtà, come un novello Polyanno, sorridente ma bugiardo, interessato, più che al mitologico “bene del Paese”, ad avviare alla vita, a colpi di kit regalati, cravatte dedicate, corsi miracolosi e comparsate televisive, un’intera generazione di utenti-consumatori. Anzi tre: nonni, figli e nipoti…
Articolo di Luca Giannelli \ Estratto dal n. 26 - Generazione sogno