Da quando ho scoperto la curcuma
Dal secondo dopoguerra in poi, l’Occidente si trova piegato da una disarmante sindrome da scompenso spirituale. Avendo esaurito, per il momento, le risorse spirituali endogene delle proprie religioni ufficiali, da qualche decennio ormai, questa parte di mondo si dedica al recupero, al revival e al pastiche di elementi del proprio passato esoterico, mescolati ad acquisizioni esotiche, estratte da paesi più fertili e meno corrotti in materia di spirito. Nello stesso calderone spirituale cuociono tarocchi e taoismo, chakra e carte astrali, paganesimo e rituali tantrici, con un pizzico di curcuma per dare colore.
L’isteria esotico-esoterica è debitrice dell’avanguardia spirituale degli anni ’60, europea ed americana, che, in crisi di trascendenza, ha ripreso le antiche rotte missionarie che avevano portato il cristianesimo in ogni latitudine del mondo, invertendo però lo scopo del viaggio. Mentre i missionari partivano con l’obiettivo di spargere il verbo cristiano, e convertire gli infedeli – con le buone o con i roghi - negli anni ’60 e ’70 del ’900, gli hippie e gli alternativi europei ed americani facevano rotta verso Oriente - lungo quello che a posteriori è stato battezzato l’hippie trail - con l’obiettivo, al contrario, di immergersi nelle culture locali, delle quali cercavano di estrarre le risorse spirituali. Essi finirono per adottarne pratiche e costumi, ma integrate in un melange posticcio, facile da assimilare per chi invece, sfortunato, era rimasto in patria.
Un paese in particolare si è distinto tra le mete dei turisti spirituali, l’India, terra da sempre contesa e attraversata da etnie diverse, con credi e tradizioni differenti. Il subcontinente indiano sembrava offrire al mondo occidentale un’accessibile riserva di spiritualità, da cui esso scopriva così di poter attingere a piene mani e senza la fatica di un catechismo. Tra i colori pastello delle sete e delle spezie, i fumi dell’incenso, e le religioni dominanti tutto sommato improntate a un etica bonaria e remissiva (tranne per l’Islam, e infatti abbiamo il Pakistan e il Bangladesh), gli hippie sembravano aver trovato una terreno fertile per la propria indole vagamente pacifista e altrettanto vagamente trascendentale.
Alcune pratiche indiane, in particolare, sono divenute a tal punto popolari da essere ormai parte integrante della cultura occidentale, ed elementi imprescindibili di ciò che comunemente si intende per religiosità “New Age”. Una forma riadattata di queste pratiche sembra aver trovato un proprio luogo naturale nel Nordamerica e in Europa, ai due poli opposti delle rappresentanze dell’ideologia neoliberale: sia, da un lato, all’interno della cultura aziendale, capitalista e tecnocratica, tutta pouf e tavoli da ping pong, che, dall’altro, nelle sottoculture che rivendicano un’incompatibilità con la mentalità del profitto, gli eco-vilaggi, le spiagge o i quartieri alternativi.
Citeremo tre pratiche di palese derivazione indiana, che diradano qualsiasi dubbio circa la loro discendenza per via del rimando diretto alla spiritualità del subcontinente. La lista però, chiaramente, non pretende di essere esaustiva; il mondo occidentale è stracolmo di pratiche, credenze e costumi provenienti dalla cultura indiana, estrapolate e riadattate appositamente per adeguarsi allo stile di vita nordamericano ed europeo. Dall’ayurveda come medicina alternativa, al vegetarianismo, alle pratiche non-violente, fino all’incenso e ai pantaloni “punjabi”, elementi che si richiamano al vasto ed eterogeneo insieme del mondo culturale del subcontinente indiano, sono ormai equivalentemente caratteristici della cultura occidentale.
1) Lo yoga, è l’esempio più evidente. In occidente questa pratica è riuscita a sedurre sia l’universo degli ambiziosi guru (termine affatto casuale) del tech e delle start-up che quello delle controculture, che invece si richiamano a un rapporto più diretto con la natura, lontano dalle lusinghe della tecnologia e del capitale. Sia gli eredi degli hippie che quelli degli yuppie, per dirlo in una battuta. La millenaria disciplina dello yoga è finalizzata nell’induismo a raggiungere uno stato di coscienza superiore, e nell’interpretazione buddhista a fuoriuscire dal samsara (ciclo delle reincarnazioni) tramite l’annullamento di tanha e trshna (brama e sete), sulla base del presupposto che la realtà non sia altro che dukkha (sofferenza o angoscia, agitazione, commozione). Nel suo riadattamento occidentale, invece, lo yoga sembra aver subito una distillazione integrativa, per essere accolta senza attrito sia negli open office della Silicon Valley che lungo le spiagge della West Coast; una sorta di “californizzazione” coatta. La realtà di fondo dell’esistenza, nella vulgata californiana, non è più dukkha, dolore, angoscia, ma stress, ovvero un prodotto di scarto delle contraddizioni che l’ideologia capitalista obbliga a sopportare. La pratica finalizzata alla fuoriuscita dalla corrente samsarica, alla liberazione dell’anima dall’oppressione corporale, e al pieno controllo ascetico dei propri pensieri e delle proprie passioni, si è così trasformata in una disciplina di fitness tesa al riequilibrio spirituale e fisico, una forma elaborata ed esotica di riscaldamento muscolare, volta a integrare ed accogliere gli urti esistenziali. Lo yoga occidentale, rendendo più flessibili anima e corpo, è diventata così un’ulteriore pratica sportiva, che oltre a tonificare e allungare i muscoli, permette di scongiurare, ancora per un po’, lo spettro del nichilismo. Nella sua declinazione aziendale esso assume persino le caratteristiche di un training cognitivo ed esistenziale, finalizzato a massimizzare creatività, evoluzione personale, capacità manageriali ed efficienza lavorativa, e monetizzare così al massimo sul proprio equilibrio emotivo e spirituale.
2) Un’altra pratica di origine indiana, di derivazione vedica, che ha trovato modo di essere riadattata all’interno della cultura occidentale è la meditazione trascendentale. Popolarizzata in Occidente da Maharishi Mahesh Yogi, e promossa da celebrità quali i Beatles e i Beach Boys, la pratica ha riscosso un enorme successo sia in America che in Europa. Al pari dello yoga, però, anch’essa si è dovuta riadattare per diffondersi, e rispondere così a esigenze e prerogative lontane da quelle inizialmente contemplate dai Veda. Essa infatti ha trovato modo di insinuarsi nelle crepe dell’ideologia, spiritualmente arida, del transumanismo. Lasciandosi alle spalle i complicati percorsi di ascesi e autocoscienza della tradizione induista, la disciplina della meditazione trascendentale è stata propagandata in Occidente alla stregua di un’alternativa, ammantata di un’aura sacrale, per esaudire i desideri che i transumanisti, di norma, affidano al bio-engineering. Da un lato essa funzionerebbe come stabilizzatore del ciclo circadiano, della pressione sanguigna e dell’umore (principalmente, di nuovo, sotto forma di riduzione dello stress), dall’altro essa può essere applicata anche come strumento di ingegneria sociale, che ridurrebbe la criminalità e le conflittualità nel mondo; nel pacchetto riservato solo agli iscritti al Trancendental Meditation – Sidhi Program, la pratica concederebbe persino la facoltà di volare, in grande anticipo rispetto al progresso tecnologico.
3) Come non citare infine l’enorme successo dei festival di musica Goa e Psy-trance, tripudio sincretico della simbologia spirituale afferente al mondo indiano. Nei terreni presso i quali hanno luogo queste kermesse elettroniche non è inconsueto vedere sventolare, a ritmo di sonorità estratte dal subcontinente indiano e modulate verso ritmi più palpitanti, quei tipici teloni da fuorisede, spesso gialli o arancioni, che riportano, all’interno di enormi mandala, lettere sanscrite o silhouette in posizione del loto. Data la principale attività dei frequentatori di tali festival, sorge spesso il dubbio che la simbologia e i richiami alla cultura indù non servano ad altro, in questa sede, che a dare una verniciata di spiritualità prêt-à-porter all’abuso collettivo di sostanze psichedeliche. Essendo poi festival votati al sincretismo culturale, i loro partecipanti abituali frequentano con maestria la contraddizione esistenziale che ha dato luogo alla figura dell’aristo-freak (le cui due allegorie antropomorfe sono da un lato il rasta-cocainomane, dall’altro la fricchettona in fissa con la skincare), ovvero chi gode di enormi privilegi all’interno del sistema capitalista moderno, ma frequenta luoghi e situazioni che si richiamano a culture e usanze più “primitive” o “spirituali”, spesso accessibili solo a pagamento.