Apologia della goffaggine
C’è una foto che mi ritrae all’età di undici anni nel giorno della mia prima comunione. Avvolto in un saio bianco con dettagli in raso lucido e cinto da una cordicina a mo’ di francescano, stringo in una mano una lunga candela bianca e nell’altra lo stelo di un giglio. Paffutello, con i capelli ben gellati per l’occasione in un’ondina terminante in un ciuffo, sorrido beatamente verso la macchina fotografica, forse dei miei genitori o di qualche parente. Posso affermare senza dubbio che quella domenica sia stata, emotivamente, uno dei giorni più intensi e belli della mia vita. Riguardando quella foto con occhi di adesso, mi trovo un bambino tutto sommato goffo. Un paio di improbabili scarpe rosse - con un taglio affusolato e la cucitura zigzagata in pelle stile golfista - spuntano come due fragole mature sotto la tunica, la mia espressione storta e sgangherata tradisce di non sapere sorridere a comando, le mani che sorreggono i due stendardi spiccano troppo in alto rispetto ad una posa consona allo scatto e una consumata collanina in corda fa penzolare una piccola croce. Nonostante tutto ciò, trovo che questa foto ritragga esattamente il bambino che ero: devoto in maniera entusiasta ed ingenua, incurante del giudizio estetico degli altri - probabilmente perché io stesso privo di qualsiasi idea estetica su come meglio apparire davanti al mondo - e felicissimo di fare la prima comunione. Questa goffaggine, che è il prolungamento visivo del candore dell’ingenuità, l’ho perduta.
C’è un momento nella vita quando uno cresce che la cosa che più vuole al mondo è non apparire goffo. O meglio, sfigato. Perché la goffaggine è una caratteristica dello sfigato. Vuol dire non inciampare nel sanpietrino leggermente divelto quando cammini. Non avere la pappagorgia nelle foto. Non fumare male. Non mangiarti le parole, non parlare un pessimo inglese, non stare troppo in silenzio, non essere quello che scrive poesie eccetera eccetera. Ed eravamo in tanti ad essere esattamente così mentre oggi ce ne sono sempre meno. Ci sono però bambini vestiti da influencer che fanno la boccuccia davanti a un selfie, bambini che sanno cos’è un selfie, ragazzi nemmeno adolescenti che hanno già il fisique du role dei bad boys, ragazzine femmes fatales, ribelli intrisi di maledettismo anzitempo, serissimi, bilingue, trilingue, estremamente performanti davanti allo spauracchio della goffaggine, dell’essere cringe.
Che bello però essere cringe. Goffissimi, senza calcolo. Che sensazione rarefatta, di leggerezza, che bella deresponsabilizzazione estetica. È un po’ come ritrovare l’incanto. È la macchia rossa sulle gote che colora l’ imbarazzo di una dolcezza disarmante. È non avere coscienza di un sé bello o brutto essendo ognuno goffo alla propria maniera. Poter dire: mi piace come sei goffo tu perché sei goffo a tuo modo, non come me che sono goffo al mio.
È amare le cose che piacciono a noi e basta, senza lecchinaggio, senza avere un’immagine da curare, senza accontentare nessuno. Né gli amici, né la moda, né il mercato, né il fotografo. Come le mie scarpe rosso fragola, finite chissà dove, tanto goffe che nemmeno su Vinted avrebbero fortuna, ma che erano il tempio del mio candore, e che ora solo a pensarle offese e dimenticate da qualche parte, mi si stringe il petto di nostalgia.
Rubrica di Andrej Chinappi \ Estratta dal n.26 - Generazione sogno