Amore che folle rendi chi ti porta nel cuore

Amore che folle rendi chi ti porta nel cuore

Apro gli occhi, sono le cinque del mattino, la notte ancora regna fuori dalle imposte chiuse. C’è mio figlio di un mese che piange nella culla. Mi sta chiamando, mio figlio. Verbalizzare queste due parole non riesce ancora a farmi sentire il loro peso specifico. Che sia mio, “che è a me”, come mia emanazione di un desiderio, come surplus esistenziale incontenibile, significa che ne sono responsabile in quanto gli darò il mio esempio, mi guarderà e proverà a imparare, da me, a stare al mondo. Ma questa è sempre teoria, che apprendendo da me, sarà come io vorrei. Come era teoria un anno fa la sua nascita, come era un pensiero non pensato due anni fa l’avere un bambino, come non esisteva nella mia vita sua madre tre anni fa. I piani non erano questi. I piani erano altri, più o meno ambiziosi a seconda della prospettiva. Nella mia testa c’era un’altra idea di libertà, confusamente bohémienne, per cui la mia vita sarebbe dovuta essere una continua serie di tentativi: artistici, relazionali, lavorativi. Avvicinarmi il più possibile all’ideale che avevo dipinto di me. La vertigine dell’incertezza, la bellezza della fuga, erano due belle frasi in cui credere. E poi capita quello che capita ai più fortunati, quello di tradire gli ideali. Sentirsi trascinati da una corrente sotterranea, impetuosa e irriconoscibile da sospendere la ragione e inoltrarsi nella regione misteriosa dell’amore. E in un attimo, in due anni e mezzo, mi ritrovo marito e padre, in un tempo così stretto da sentirmi però ancora figlio, con problemi da figlio, con terrori e illusioni da figlio. E se uno si fermasse e si chiedesse “Come sono arrivato qui? O ancora, cosa ci faccio qui?”, l’unica risposta è che nella nostra vita, in fondo, non ci siamo noi al timone, e che se fosse un trailer di un film sarebbe la collezione dei nostri imprevisti, dei nostri ritardi, dei nostri errori, di disgrazie e fortune, di scelte azzardate e di appuntamenti mancati.


Ed ad oggi, tornando di nuovo in questa stanza in quell’ora dove la notte e il giorno iniziano a confondersi, dove il respiro della donna che conosco da meno anni del mio barbiere ma a cui ho consacrato la mia fede si intreccia al pianto sottile di mio figlio che mi chiede di dargli da mangiare, penso che ho paura. Perché non c’è niente di più rassicurante di pensare di avere il controllo, di sapere come andrà a finire la tua giornata quando sei stanco, quando non hai voglia di improvvisazioni. Ho paura perché so che questo essere qui non sarà come voglio io, e non ci sono rassicurazioni che posso farmi, crearmi illusioni sul suo carattere, non posso rispondermi al perché e come e quando mi odierà un giorno, o chissà se il mondo sarà un posto migliore per lui o se sarà giusto andare a vivere in un bosco lontano dai malumori della tecnologia, dalle tempeste delle città o se non sarà più giusto non scappare, affidarsi, restare, sperare. Non ho risposte, per quanto darei via un dito per averle. Sono terrorizzato piccolo mio che piangi.

Ma c’è una cosa però di cui sono certo.

Qualche giorno fa un mio amico mi ha chiesto se adesso non ho paura di aver perso la mia libertà. Se non ho paura di aver abbandonato ogni possibilità di fuga. Nelle sue parole sentivo un desiderio di essere rassicurato del fatto che la vita degli altri, in fondo, conta sempre meno della nostra, e che volendo si dice di andare al tabacchi e poi non si torna più. Gli ho detto che certo che ho paura, tutti i giorni.

Eppure di istinto avrei voluto dirgli che la verità è che la libertà non è tanto nella promessa di una libertà, in quella illusione dolce come una carezza nei momenti tristi. Gli avrei voluto dire che la libertà è nel non avere altra scelta, perché è il cuore sempre che comanda. Le nostre idee sono sempre così mutevoli, incostanti, ed è un bene, perché non bisogna credere troppo nelle idee. Bisogna invece dare credito al cuore che a volte ci dice che non c’è altra scelta.

«Si vive come dei predestinati», gli avrei detto: dediti al proprio destino, come quello ora, bellissimo, di preparare il latte a mio figlio senza fare troppo rumore.

Articolo di Andrej Chinappi, estratto dal n.27 "Suggeriti per te" - Foto di Alberto di Leonardo