Che noia essere buoni
di Lorenzo Vitelli
In un’intervista del 1977, Maurizio Costanzo chiede a Marcello Mastroianni: «qual è il treno che teme di aver perso?». E lui risponde: «di non aver peccato veramente fino in fondo, cioè gli errori che ho fatto erano sempre un po’ a metà. Anche lì sono stato vigliacco». È una risposta che ha qualcosa di commovente, di tragico ma anche di liberatorio, e che oggi non siamo più abituati ad ascoltare, specie se ci aspettiamo che a proferirla siano i membri del nostro establishment mediatico-culturale, troppo impegnati a confezionare un’immagine positiva di se stessi, che possa essere d’esempio e di ispirazione per allinearsi ai valori di qualche brand e fare adv in partnership sui social.
Nonostante la tanto magnificata sincerità – credenziale minima per intavolare una qualsiasi discussione, dimentichi che sincerità non vuol dire verità –, raramente qualcuno è in grado di parlare apertamente del lato peggiore di sé. Si è sinceri al massimo per esibire una qualche vulnerabilità, un punto debole: ma questi sono sempre aspetti pacifici, attribuiscono al parlante il ruolo di vittima, e perciò lo redimono. Ma chi è disposto, a parte il più grande filosofo vivente Fabrizio Corona, a mostrare davvero la sua disonestà, senza doverla per forza investire di un valore poetico, di una maggiorazione letteraria? Ecco perché fa un po’ effetto, forse oggi più di ieri, sentire le parole di Mastroianni.
Non abitiamo più il tempo dei grandi peccati, dei grandi vizi, delle grandi efferatezze. Grazie al cielo siamo tutti un po’ più vigliacchi, proprio come Mastroianni, e viviamo nell’epoca delle garanzie, delle assicurazioni, dei certificati e dell’hccp. Diminuiscono anche i vizi privati: da quant’è infatti che non sentiamo le storie di quei padri di famiglia che con la scusa di scendere a comprare le sigarette non facevano più ritorno? Ci siamo risparmiati tante lacrime e uno psicologo infantile – assegneremo comunque un trauma o una diagnosi fai da te di adhd a nostro figlio –, ma adesso per evitare di peccare fino in fondo, quella famiglia che ieri qualcuno in preda a un delirio, o forse nell’estrema lucidità, voleva abbandonare, oggi non la realizza neanche più, preventivamente. È troppo rischioso. E poi non fuma nessuno. Che scuse ci restano? Siamo sempre meno disposti a correre dei rischi, quindi ad aspettarci dei miracoli. Purtroppo l’essere umano è formattato male, e ogni possibilità di grazia è data sempre e solo nel perimetro stabilito dall’eventualità di una tragedia: è già questa la tragedia.
La droga dà la droga toglie insomma. Non poteva dare e basta? Il mondo sarebbe stato un posto molto diverso. Ma non è così, perché la droga dà proprio perché toglie. C’è un nesso causale tra le due cose. È per questo che l’amore è il tema di tutti i temi, perché è il luogo in cui questa costante irriducibile si manifesta nel modo più lampante. L’amore è anzitutto la possibilità della tragedia. Ipotesi senza cui non potrebbe darsi alcun innamoramento. È così da sempre: ci innamoriamo più di chi ci turba che di chi ci rassicura, di chi infrange le regole di chi le segue. Quindi in qualche modo più dei cattivi (di chi è disposto a peccare fino in fondo) che dei buoni. Questo perché per essere cattivi ci vuole coraggio, una dose di incoscienza che ai buoni spesso fa difetto. La sintesi sommaria di tutta la Genealogia della morale di Nietzsche è proprio questa: non esistono persone buone, ma solo persone che non hanno il coraggio di essere cattive. Proprio per soprassedere a questa mancanza i vigliacchi hanno inventato la morale, un enorme apparato di scusanti che giustifica la paura di seguire liberamente i propri istinti più feroci. Su questa morale si sono fondate religioni, istituzioni, convenzioni: e probabilmente senza di esse non esisterebbe alcuna società, con buona pace di Nietzsche. Ecco che la bontà sembra quasi sempre una forma di conformismo. Mentre la cattiveria è un’affermazione della propria volontà fuori da alcuni schemi socialmente ammessi, un modo di sottrarsi alle aspettative altrui, di rompere gli equilibri. La cattiveria è quindi anche una variante della creatività. Il cattivo – leviamo qualsiasi connotazione morale a questo termine – crea da sé le proprie leggi, crea il suo mondo a spese degli altri e poi di se stesso, perché si prende innumerevoli rischi: le sue azioni possono provocare appunto delle tragedie. Scadiamo allora in questa festa di cliché, reinterpretando Tolstoj e dicendo che in effetti mentre gli eroi si assomigliano un po’ tutti, i villain sono tutti villain a modo loro. E così pure i santi e i peccatori: le biografie dei primi si equivalgono tutte, ai secondi va almeno il gusto dell’eccentricità. Il carattere equivale più alla somma delle nostre cattive azioni, che di quelle buone? Chi siamo noi senza i nostri sbagli, senza i nostri tradimenti?
«Bad choices, good stories» recita una t-shirt (che sarebbe piaciuta ad Elena di Troia) in vendita su Temu, piattaforma oracolare, che coglie perfettamente le origini di tutta la letteratura. Forse si lamentava di questo Marcello Mastroianni, in quella vecchia intervista. Di non aver avuto sufficiente carattere. Ora non si tratta di rimpiangere il «mondo grande e terribile» o i sogni superomistici dei filosofi, né di riflettere su questo enorme apparato di ammortamento e neutralizzazione dei rischi che sta diventando l’Occidente: è infatti la vocazione di ogni Stato, la sua natura più intima, quella di allestire leggi e procedure e istituzioni e discorsi per fugare l’eventualità di una tragedia. Quanto piuttosto osservare come questo fenomeno interessi parallelamente i rapporti individuali, inaugurando una nuova mutazione antropologica, una sorta di bonifica interiore dai “cattivi pensieri”. Per stare con i nostri simili sono necessari sempre più accorgimenti semantici, accordi preventivi, la creazione di un “safe space”, una contrattualistica sentimentale che assicuri dai danni delle relazioni – e qualora si sbagli non bisogna assumersene le responsabilità, non bisogna coincidere con il proprio errore, ma sbrigarsi a cambiare subito la casacca di carnefice per indossare i panni della vittima di qualcun altro. Traslando la propria colpa sul pessimo ordine sociale o su qualche disturbo post-traumatico da stress, in un infinito scarica barile dietro cui si perdono le tracce di ciò che siamo davvero: l’abaco dei rischi che abbiamo corso per essere fino in fondo noi stessi al di là della vuota retorica che fa di quel «noi stessi» sempre e solo delle bellissime persone come tutti gli altri e di cui, alla fine, ci pentiremo.