Il diavolo veste Sinner

Il diavolo veste Sinner

“Nessuno dalla testa mi leva che il pomo d’Adamo fosse il culo dell’Eva”, celiava Raffaele Mattioli, quando in Italia i banchieri erano in molti casi persone di spirito e cultura. Mela o culo che fosse, una cosa è certa: il Male ha sempre avuto un suo indubbio, infallibile fascino. A partire, appunto, da quel peccato originale il cui compito è stato subito chiaro: marchiare il genere umano, porlo sotto un giogo penitenziale, affermando un’idea pessimistica dell’uomo, senza possibilità di redenzione, almeno nella vita terrena. Il più famoso serpente della storia non solo aveva privato l’uomo della grazia ma ne aveva intaccato profondamente la natura.  

Confezionato da un monoteismo nato in contrapposizione ai politeismi egiziano e mesopotamico che uno come Guido Ceronetti -a proposito di gente di cultura- definiva “la tomba del sacro”, all’alba del V secolo il Male era già diventato un perfetto prodotto da esportazione. Il sequel più clamoroso della storia, “il figlio di Dio”, aveva già instaurato un concetto di Verità esclusiva: l’inferno sono gli altri. Con conversione o eliminazione uniche alternative per idolatri, infedeli, eretici e tutto il resto… 

Cosa è il Male? Una realtà ontologica o un fattore psicologico? Una prerogativa divina o solo un’apparenza, un gioco di specchi, come nel monoteismo islamico o nell’induismo vedantico? Qualsiasi cosa sia, da qualsiasi parte lo si guardi, certo è che non ha mai smesso di esercitare un gran potere, metafisico… e metà mentale. Un concetto strumentalizzato, frainteso, abusato, radicalizzato (il nazismo della Arendt) e poi “banalizzato” (dalla stessa Arendt, costretta a smentire se stessa: il male peggiore non è quello “radicale” ma quello senza radici), o addirittura elevato a nemico pubblico internazionale, come preteso da Ronald Reagan che definì l’Unione sovietica “l’impero del male”. 

A inizio millennio, con un altro presidente americano, il “non avrai altro Dio all’infuori di me” si  era già trasformato nel ben più terra terra “chi non è con me è contro di me”, talmente elementare da fare proseliti perfino in tante democrazie occidentali. In un clima infuocato, a chi infatti non fa comodo presupporre l’esistenza di un nemico esterno, meglio ancora se collegato a una rivelazione? Per affermare la Verità, il Male deve essere l’indispensabile co-protagonista, il perfetto “cattivo” della situazione. Dell’onkos, la “massa”, così minacciosa per l’unità dell’essere platonica e indelebilmente associata al male contemporaneo per eccellenza, non si poteva fare a meno. Male e Bene così diversi ma così uniti, un po’ come EVIL contrario e palindromo di LIVE. Per quanto separati in casa, una coesistenza talmente preziosa da sfidare, a colpi di dogmi, anche il paradosso dei paradossi con cui la teologia cristiana non ha mai smesso di fare i conti: se esiste un Dio onnipotente come fa a esistere anche il Male? Come conciliarne l'esistenza con un Dio creatore infinitamente buono?

In quel IV secolo così cruciale per i destini della Chiesa, un monaco britannico quel dogma pesante come un macigno aveva provato a confutarlo. Si chiamava Pelagio ed era un teologo a dir poco radicale. Adamo è stato solo un "cattivo esempio" per la sua progenie, diceva, il Male non esiste, il peccato originale è una finzione, non ha macchiato la natura umana, è solo un minor grado di perfezione nella gerarchia di beni creati da Dio e deriva da una scelta dell’uomo, dotato di libero arbitrio. Pelagio non sapeva che la questione da lui sollevata sarebbe passata alla Storia come la più grave del cristianesimo ma forse poteva intuirlo dalle reazioni scatenate. 

Noi invece sappiamo come è andata a finire.  Sappiamo della battaglia intrapresa contro Pelagio da Agostino, sappiamo dell’opera del vescovo di Milano Ambrogio (sia l’uno che l’altro santificati a furor di popolo). Sappiamo anche che ad aver vinto è stata una visione meno radicale e più conciliante col capitalismo, che ha opportunamente allargato la biblica “cruna” del biblico ago (o cammello o porta che sia): se i ricchi saranno virtuosi stiano pure tranquilli. Togli la superbia, fai beneficenza e la ricchezza non ti sarà di alcun danno. 

E sappiamo, naturalmente che dal 380, con l'editto di Tessalonica firmato da un Teodosio dominato e perfino umiliato dall’Ambrogio di cui sopra, il cristianesimo diventava la religione unica e obbligatoria di un Impero Romano già in disfacimento, con tanti saluti a ogni possibile eresia. Una ventina di anni prima, un altro imperatore, Flavio Claudio Giuliano, morto poco più che trentenne, aveva tentato di ripristinare un clima di convivenza religiosa ma senza successo. Sarebbe stato anzi bollato come “l’apostata”, una sorta di incarnazione dell’Anticristo, anacronistico difensore del politeismo, quella libertà religiosa che aveva fatto da segreto architrave della grandezza romana, così come poi, sancita dal primo emendamento, di quella americana. Tra gli studiosi delle ultime generazioni quell’appellativo, “apostata”, è in disuso, ma sullo sfondo resta quella domanda che già storici come Jacob Burckhardt si erano posti: prima del monoteismo gli uomini erano più felici? Domanda fondamentalmente retorica, visto che secondo l’illustre svizzero i culti politeisti avevano comunque aiutato gli uomini senza pretendere di contenere e imporre una Verità universale. 

Anche per Leopardi, considerare il Bene e il Male “naturalmente assoluti” era  “fonte immensa di errori e volgari e filosofici”, e non è certo un caso che il suo materialismo politeista sia stato condannato come uno scandalo, osteggiato e relegato in primis da Croce alla voce “pessimismo cosmico” e che contro di esso e contro il relativismo si continuino a fare fuoco e fiamme: per Benedetto XVI la “sfida perenne che si erge contro le fedi nell'unico Dio”, imitato più di recente dal cardinale Gianfranco Ravasi, contro “chi pensa che il terrorismo, la guerra di civiltà e simili abbiano a che fare con l'idea di un Dio esclusivo geloso e quindi intollerante”. 

A differenza del pensiero monoteista, il politeismo aveva un grande vantaggio: poteva risolvere la coesistenza di Bene e Male rifugiandosi nel mito. Conciliando gli opposti, si faceva strumento mimetico per eccellenza, contro ogni possibile dualismo. Cosa oggi inimmaginabile, in un mondo capitalistico dove l’unica mitopoiesi a disposizione è quella pubblicitaria, eloquente narrazione senza pieghe in una traballante società dove, complice la fedele informazione, politica e propaganda sono diventate una cosa sola: il cosiddetto “storytelling”, capace di intrattenere ma prima ancora di vendere il prodotto. Intitolando a fine anni Cinquanta un suo libro “Pubblicità per me stesso”, lo scrittore americano Norman Mailer, sincero e vanesio, si può dire ci avesse visto lungo… 

Purtroppo, nei nostri laici e consumistici giorni, l’unico vero politeismo a prova di bomba rimastoci è  quello pubblicitario, con tanti brand da venerare e da qualche tempo con un giovane dio-testimonial svettante su tutti gli altri, osannato fino al parossismo da giornali e tv (per non parlare dei social), capace con le sue gesta di oscurare drammi e magagne di un mondo mai parso così sottosopra (clamorose le prime cinque pagine dedicate dopo la sua sconfitta dal Corriere della sera il 29 maggio, interrotte (toh!) solo per omaggiare una marca di orologi di lusso, con mega drammatica foto in prima), e quasi quasi di far dimenticare perfino il reiterato fallimento di un sistema calcio così bisognoso di “rivoluzione”, prossimo a risorgere -vorrebbero farci credere, per la serie comicità involontaria- grazie a gente come Abete o Malagò… 

È naturalmente Jannik Sinner, con nome di battesimo e quella “r” finale a raccontare la differenza di un’italianità per una volta concentrata e vincente (ma anche fuggente, almeno in senso fiscale, a Montecarlo). Eroe dello sport e campione dello spot, se sul campo da tennis è riuscito a fare il quasi vuoto, in quello della pubblicità non c’è nemmeno un Alcaraz che possa insidiarne la primazia, nemmeno quegli chef che prima del suo avvento regnavano sovrani, nemmeno quel Cattelan con cui pure ora si ritrova a far coppia per convincerci a comprare non mi ricordo nemmeno più che. La frenetica retata messa insieme in un paio d’anni conta almeno quindici marche, tutte diverse, così da assicurare panacee per ogni male (dal troppo sole alla scarsa connettività, dall’ineleganza al cattivo caffè) e suggerire miracolosi rimedi un po’ per tutto. Una forma di totalitarismo mediatico capace anche di superare  gli stessi ricavi guadagnati grazie a servizi, dritti e rovesci, prova sonante e ballante di una sinnerizzazione che pare inarrestabile.

Un processo che non solo non conosce ostacoli ma pare in grado perfino di autoregolarsi in corsa, laddove la perfezione cominciava a diventare, per qualche palato un po’ sofisticato, troppo stucchevole e un filino sospetta. Provvidenziale e rassicurante si è rivelato in questo senso, dopo il crollo al Roland Garros, il suo “non sono un robot, si può fallire”, accolto come segno di un’insospettata umanità da quello stesso mondo giornalistico dimostratosi incredibilmente sordo al silenzio tombale (e stizzito?) dopo la morte di Pietrangeli e ora tutto proteso a capire se tante volte, a insidiare le performance del nostro Numero uno, ci sia di mezzo niente niente qualche male misterioso, sotto forma di genoma. Un possibile, ipotetico segno di quella “fragilità” che Simone Weil considerava “il segno più certo dell’esistenza”, e che oggi è già diventata la condizione strutturale delle nostre vite…