#28 MALEMANIA- Editoriale

#28 MALEMANIA- Editoriale

Un pomeriggio di qualche mese fa in un vecchio e maleodorante cineclub della Capitale veniamo a sapere che trasmettono una retrospettiva su Dario Argento. Re indiscusso dell'horror, Genio assoluto, Mito del genere! È questo che diciamo ogni volta che ne viene citato un film, ma la verità è che non ne abbiamo visto neanche uno. Perché Dario Argento appartiene a quella categoria di scrittori e registi del passato che solitamente si finge di conoscere a menadito per partecipare a una conversazione e non sentirsi ignoranti. Così, quel pomeriggio, decidiamo di colmare questa vergognosa lacuna ed entriamo a vedere Profondo Rosso. Ci bastano i primi venti minuti per capire che siamo davanti a un genio. E anche per imbatterci in una verità che va ben oltre il cinema: il male è sotto gli occhi di tutti. Infatti Marc, il protagonista, è davanti l'assassino fin dall'inizio. Lo guarda in faccia. Eppure non se ne rende conto. Come non se ne rendono conto nemmeno gli spettatori. In effetti il volto che appare riflesso a Marc sembra un dipinto, ma invece è lui: il Male.

Per una strana associazione di idee ultimamente, preparando questo nuovo numero, ci è tornata spesso in mente quella scena. Perché oggi più che mai, il Male ci sembra spesso davanti a noi. Basta accendere la televisione, sfogliare il giornale o, meglio ancora, scrollare su Instagram. Non molto tempo fa le immagini del Male più malvagio, quelle di un genocidio, erano sui telefoni di tutti. All'inizio ne eravamo turbati, inorriditi e commossi. Poi, lentamente, sono entrate nella nostra quotidianità e abbiamo capito che bastava una scrollata per evitarle. Quelle immagini non erano diventate più accettabili e meno scioccanti, ma erano entrate a far parte del flusso ordinario di intrattenimento durante le nostre giornate. Sullo stesso schermo e nella stessa sequenza, alle macerie di un paese bombardato e trucidato si alternano gli unboxing di make up di un’influencer, la recensione di un ristorante, il video di un gattino, la ricetta per la migliore carbonara. La tragedia e l'intrattenimento hanno finito così per occupare lo stesso spazio e richiedere la stessa attenzione di pochi secondi. A ripensarci, ci sale l’imbarazzo, ma soprattutto le cose non sono cambiate. Ci sentiamo come Milena di Parenti Serpenti, che davanti alle bruttezze del mondo si schermisce dicendo: «Certe cose non posso sentirle, sono troppo sensibile». È davvero la troppa sensibilità ad averci resi così refrattari al male altrui? No. 

Una delle ragioni di questa apatia è che il male, oggi, viene consumato al pari di un entertainment. Non perché sia diventato uno spettacolo in senso stretto – il male è sempre stato materia di racconti, tragedie e opere d'arte – ma perché le immagini che lo documentano circolano nello stesso spazio che ospita contenuti leggeri, pubblicità e svago senza avere la possibilità e il tempo di elaborarli e prenderne veramente coscienza. La conseguenza è che eventi che dovrebbero interrompere la normalità finiscono per essere assorbiti dalla normalità stessa. Il male è sotto i nostri occhi, ma ne rimaniamo impassibili, come in “Profondo Rosso”.  A questo si aggiunge un'altra novità. L'intelligenza artificiale ci ha insegnato a dubitare di tutto ciò che vediamo. E così la forza di certe immagini è inconsciamente indebolita da un pensiero che serpeggia in fondo alla mente: “è troppo crudele per essere vero, questo video sarà fatto con l’AI”. La messa in dubbio della realtà di 

certe immagini diventano, senza volerlo, l’alibi perfetto per deresponsabilizzarsi davanti ad esse. Immagini vere che fanno apparire ancora più ridicolo l’imposizione del cosiddetto “algospeak” per evitare che vengano utilizzati termini sensibili come “G4za”, “S€sso”, “m0rti” e via dicendo. Ma se da una parte l’effetto dell’incursione del Male del mondo nei nostri schermi ci ha resi solamente più indifferenti, dall’altra parte siamo diventati ossessionati dal male domestico, quotidiano, quello che ci tocca. Oggi, stando ai vari esperti, tutto ci fa male. I carboidrati, le sei ore di sonno, il fidanzato narcisista, la postura alla scrivania, lo smog della città, la rete wifi, l’arrabbiarsi troppo. ChatGpt potrebbe farci una routine e una dieta adatti ad assecondare ogni preoccupazione che viene a sfiorarci, ogni dolorino esistenziale. Anche fare serata fa troppo male adesso. Si va ai detox party, si pratica il softclubbing, si bevono i mocktail. Ma quanto ci faceva bene sfondarci! Tirare fuori, ogni tanto, quel lato auto-distruttivo che era una grande celebrazione della vita, del suo lato più dionisiaco e leggero, quando la linea del bene e del male si assottigliava, e si poteva essere anche delle brutte - ma vere - persone. Ma la wellness non è garanzia di bontà, nonostante così alcune persone sembrano credere. Da qualche parte, il sistema fa acqua, deve fare acqua. Il lato oscuro che ci abita dentro gocciola e non si da dove finisce. 

Questa idea di voler essere persone buone a tutti costi è già il primo segno di una malvagità di intenti: l’essere migliori. Ma l’oscurità attrae tutti, anche i più insospettabili. Altrimenti, come si può giustificare questa ossessione per il True Crime che ha investito trasversalmente e transmediaticamente una nazione intera? Stefano Nazzi è ormai più conosciuto di Piero Angela, ascoltare podcast di indagini e ricostruzioni di crimini efferatissimi è diventato il nuovo anti stress quotidiano, in solo due anni sono usciti una docuserie su Avetrana, un film su Yara, una miniserie sul Mostro di Firenze e “Chi l’ha visto?” si mantiene stabilmente su un milione e mezzo di spettatori; persino la Fagnani ha capito che per sbancare gli ascolti - come fanno ormai gli horror d’autore -  doveva inventarsi “Belve Crime”.  Ma non c’è da stupirsi: la cattiveria ha il suo fascino. Come l’amico stronzo che si perdona sempre. Perché il sangue piace, forse perché è catartico, o forse perché è assolutorio e ci esima dalla conta dei cattivi. Un po’ come succede con Kanye West, che è il nemico giurato numero uno quando apre bocca, ma quando canta riempie gli stadi. O la Zanzara, guilty pleasure di tutte le brave persone che hanno bisogno della loro dose di male quotidiano. Non vogliamo fare i moralisti, o peggio gli anti-moralisti. Ma vogliamo essere onesti. Abbiamo sempre guardato gli scherzi su Youtube con grande fame di cattiveria, i racconti più interessanti che sentiamo sono sempre quelli di disgrazie altrui, sappiamo alcune battute di “Un giorno in pretura” a memoria come patrimonio nazional-popolare e la goduria per un insuccesso di un amico è un sentimento che abbiamo provato tutti. Siamo fatti così, abbiamo tutti una parte cattiva: tendiamoci la mano piuttosto che puntare l’indice. Abbracciamo la nostra natura ambivalente senza la necessità di scavarci dentro per cercare un trauma che assolva una cattiva azione commessa, un genitore assente, un bullo impertinente. Oggi il vittimismo è una pratica dal successo assicurato, ci si serve del dolore per giustificare le nostre azioni cattive, come i super cattivi di adesso che frugano nelle loro backstory appena c’è puzza di malvagità. Anche i VIP caduti nell’oblio rispolverano antiche ferite per ricalcare la scena, o peggio gridano ridicoli mea culpa per scusarsi dell’essere stati dei viziosi, dei pezzi di merda, degli egoisti, delle persone di successo invidiate dagli altri. Stessa sorte capitata a Fabrizio Corona, ma al contrario: da protagonista scandaloso della cronaca italiana a nuovo Robin Hood del giornalismo, facendo numeri da capogiro online e nei teatri, passato dalla parte dei buoni contro i cattivi perché in grado di offrire al popolo quello che vuole: colpevoli da perseguitare, malvagi da giustiziare, basta che siano quelli più fortunati di noi. 

La Storia degli uomini allora, potremmo dire, è fondata non sul Diritto, ma sul Delitto. Il nostro mito fondativo è un omicidio. Caino adesca il fratello Abele nei campi e lo trucida per gelosia, e dalla sua stirpe si sviluppano le prime città, le arti e i mestieri. Romolo uccide Remo e, sul corpo del fratello, traccia il solco della città eterna. Dalle origini bibliche a quelle romane, la civiltà sembra sorgere da un atto di violenza che ne legittima l'esistenza. E allora perché far finta che la cattiveria non ci appartenga? Crescere significa misurarsi con la propria ombra, conoscere la capacità di ferire e quella di essere feriti, attraversare errori, egoismi, invidie, tradimenti e cadute. È uno sbaglio dopo l'altro che impariamo i nostri limiti, è un peccato dopo l’altro che riconosciamo il valore di ciò che bene. E se dal male sono nati popoli e nazioni, come può non nascerne un numero del Bestiario?