Caro Trivellone, addio
di Andrea Cini
Gli anni ’80 sembravano un ottimo momento in cui nascere, quantomeno nel mondo occidentale. Erano gli anni del consumismo sfrenato, della rinascita del sogno americano, di una crescita economica apparentemente senza fine.
E anche quelli in cui hanno cominciato a nascere i Millennial.
In quel periodo, l’Italia coltivava la sua ultima favola di benessere. I portafogli della classe media erano finalmente gonfi, il PIL galoppava a ritmi eccezionali, e avrebbe continuato a farlo fino all’inizio degli anni ’90. C’è una foto di Berlusconi e Craxi, risalente al 1984, in cui l’allora Premier si gira verso il Cavaliere e sembra chiedergli, proprio a tal proposito, “ma veramente?”. Berlusconi sfoggia il suo classico sorriso gaudente, e lo si può quasi udire mentre gli risponde “eh, eh”.
Se gli Stati Uniti avevano il loro sogno, esportato e conosciuto in tutto il mondo, anche quell’Italia sembrava star costruendo una propria dimensione onirica. E la nostra era, se possibile, ancor più democratica di quella americana: la prosperità era promessa a tutti, senza neanche il bisogno di sbattersi più di tanto per ottenerla. Il grosso del lavoro era già stato fatto, e il resto sarebbe seguito come naturale conseguenza.
Parafrasando la locuzione americana, potremmo definire tutto questo il “sogno italiano di fine millennio”.
Così come il sogno americano ci è stato propinato in tutte le salse, tra film, libri e serie tv, anche la dimensione di fiducia nel futuro, di ricchezza e spensieratezza dell’Italia di quegli anni si è andata a riflettere nel cinema e nella tv, rendendoli sempre più disimpegnati, rivolti al consumo di massa e alla soddisfazione di un unico fondamentale bisogno: quello di ridere, ridere.
I prodotti che, più di ogni altro, racchiudono tutti gli elementi di questa narrazione sono probabilmente i cosiddetti “Cinepanettoni”, i film che hanno accompagnato le feste natalizie italiane per quasi trent’anni, affermandosi come cinema nazionalpopolare per antonomasia.
“Se un giorno volessi capire chi è l’italiano medio, so che c’è qualcuno, in questo paese, che lo sa e me lo può spiegare: sono il produttore, il regista, gli sceneggiatori e gli attori di questo film”, scriveva Francesco Piccolo ne “L’Italia spensierata”. Quello dei Cinepanettoni è infatti un fenomeno unicamente italiano – “il genere di film che il mondo ci invidia”, come dichiarato da Maccio Capatonda in una famosa parodia ambientata al cesso – e, per quanto divisivo, ha riscosso un successo di pubblico indiscutibile. Solo negli anni Duemila, i Cinepanettoni hanno incassato circa 230 milioni di euro al botteghino, entrando con ben sei titoli nella classifica dei cinquanta film italiani di maggior successo di sempre.

Il mondo raccontato in questi film rispecchia perfettamente la convinzione collettiva che il benessere fosse una tappa inevitabile. L’opulenza era lì, a un tiro di schioppo; anzi, era la nuova normalità. E basta una rapida carrellata cinepanettoniana per vedere all’opera questi aspetti lungo tutto l’arco della saga.
In Vacanze di Natale (1983), c’è una scena in cui il personaggio del borgataro arricchito, interpretato da Mario Brega, distribuisce i regali di Natale alla famiglia. Ha speso mezza milionata per dei pullover, poraccio, ma nessuno se lo fila.
Vacanze di Natale ’90, invece, inizia con un inseguimento in Ferrari tra Boldi e De Sica – che poi si rendono conto di essere ex compagni di leva - mentre si dirigono entrambi a Saint Moritz.
Andando avanti di un altro decennio, arriviamo a Vacanze di Natale 2000, dove tra le varie cose, compresa la presenza di Megan Gale, c’è da segnalare un personaggio interpretato da Nino D’Angelo che porta la famiglia a Cortina dopo aver vinto settanta miliardi al Super Enalotto.
Quindi, ricapitolando: borgatari che lanciano i soldi dalla finestra; ex compagni di leva che si ritrovano durante un’improvvisata gara tra le loro Ferrari; vincitori di Superenalotto che portano la famiglia in trionfo al Grand Hotel. E la lista potrebbe essere ancora lunga.
Ovviamente, non voglio sostenere che questi film avessero un valore o un intento documentaristico; ma quel che sembrano dire – insieme ai programmi della tv commerciale, o anche solo agli spot Barilla e Mulino Bianco –- è che basta che vai a lavurà, e poi potrai scialacquare in libertà come gli arricchiti alla Brega o alla Boldi, e sfrecciare in Ferrari accanto agli pseudo-avvocati (che hanno sempre cognomi come “Ciulla” e “Trivellone”) interpretati da De Sica. E poi oh, se proprio proprio non ci riesci, ti vai a giocare una schedina, e magari va a finire che diventi miliardario lo stesso.
Oltre a quella del benessere economico, poi, i vari Ciulla e Trivellone portavano con sé anche un’altra promessa, che si può facilmente intuire. I protagonisti di questo altro aspetto del sogno italiano erano soprattutto i personaggi di Gerry Calà, come il pianista Billo che, già nel primo Vacanze di Natale, si presenta con un famoso slogan: “non sono bello, piaccio”.
Il Calà degli anni ’80 era dipinto come un incorreggibile latin lover. Vedendolo in azione, ci si poteva facilmente convincere che bastasse buttarla sul ridere (senza bisogno di un acume alla Woody Allen) e sull’essere degli incorreggibili burloni, per diventare dei novelli Gigi Rizzi. “Attenti al pianista eh”, afferma un imprecisato frequentatore di Cortina sempre nello stesso film, “Quello è un castigamogli mica da ridere, un attimo di distrazione e ti spara due bernoccoli sulla testa, modello Renna GT”.
Ora, è evidente che questi film riflettessero un immaginario profondamente maschilista. Per quanto il loro target fossero le famiglie, bambini compresi, si rivolgevano principalmente a uomini in età adulta, ed era per stuzzicare loro che raccontavano storie di giovani e procaci amanti, alle prese con incorreggibili (ma tanto simpatici) traditori.
Queste, insomma, erano le promesse ricevute dai Millennial cresciuti con i film e con la tv del tempo. Era difficile, soprattutto per i futuri “maschi etero basici”, non immaginarsi destinati a un futuro di forme opulente, di macchinoni fiammanti e di corna da consumare nelle stanze dei Grand Hotel, e anche di gigantesche cucine Scavolini, delle quali le proprie mogli avrebbero accarezzato voluttuosamente i fornelli e i capienti vani.
La realtà, poi, ha dimostrato di avere ben poco a che vedere con un piano cottura multiaccessoriato. Per i nati tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, la falsità di queste promesse ha cominciato a rivelarsi già al raggiungimento della maggiore età.
Di quel mondo sono scomparse le fondamenta, ovvero la certezza di un’ascesa sociale garantita dal lavoro e l’ottimismo per il futuro, sostituite dai loro esatti contrari. Già solo l’asse portante dei Cinepanettoni, ovvero la vacanza familiare a Cortina o New York, non esiste più. Il suo posto lo hanno preso le cosiddette “avventure in giro per il mondo”; viaggi in grandi comitive di sconosciuti, in cui si investono un paio di mesate per delle full immersion di pochi giorni (spesso nel sudest asiatico), che permettono di visitare ciò che, normalmente, si vedrebbe in quattro mesi.
Quello che raccontavano quei film, oggi, appartiene più alla fantascienza che alla commedia di costume. Difficilmente, di questi tempi, capita di imbattersi in vecchi amici mentre si sfreccia in Ferrari verso la Svizzera; e ancor più difficilmente, succede che un suonatore di pianobar coi capelli cotonati, i Ray-Ban a specchio e il cappotto di montone si ritrovi a essere etichettato come “un castigamogli mica da ridere”. Più facile, piuttosto, immaginarsi un Billo dei giorni nostri alle prese con il proprio allucinante profilo Bumble (“Billo, 38”), con cui spera di racimolare match a cadenza (se va bene) trimestrale, per poi mandare tutto in vacca scrivendo cose come “libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi”.
Il momento simbolo del deragliamento del sogno italiano di fine millennio è il 2011: l’anno del crollo dell’egemonia berlusconiana, del governo Monti e dell’austerity, e anche quello in cui è uscito l’ultimo Cinepanettone propriamente inteso, “Vacanze di Natale a Cortina”. La saga termina così proprio dove era iniziata, con grande malinconia, e un film in cui persino l’immancabile avvocato di De Sica si accorge che i tempi sono cambiati, e annuncia mestamente il ritiro dalla propria attività di trivellone, per iniziare una nuova vita.
Ci si potrebbe chiedere se sia rimasto qualcosa, oggi, di quel sogno.
Sicuramente, ci sono rimasti i boomer e la generazione X, che insieme formano l’attuale classe dirigente del paese, e che da quel sogno probabilmente non sono ancora usciti, alimentando un divario culturale ed economico con le generazioni successive che appare ogni giorno sempre più incolmabile. Ne risulta un paese in cui tutto, stipendi compresi, è rimasto ancorato agli anni ’80-’90.
Accanto a questi aspetti, però, c’è da dire che sono rimaste anche le case di proprietà e i risparmi delle generazioni protagoniste di quel sogno, in mancanza dei quali oggi nessuno riuscirebbe a comprare la propria, di casa. Senza di loro, non sarebbe possibile frequentare scuole di scrittura creativa da diecimila euro l’anno, né prendere delle lauree triennali alla soglia dei trenta, con in mezzo gli Erasmus e gli Interrail. Quel sogno, insomma, ha lasciato ai più la sensazione di avere in qualche modo “il culo parato”.
E c’è anche la difficoltà di crearne uno nuovo, di sogno. Non a caso, non c’è nessun film di oggi che lo racconta, nessun Billo o Trivellone a cui appellarsi. Forse, nessuno sa cosa sognino i Millennial. Probabile che non lo sappiano nemmeno loro.
Ho provato a chiederlo in giro, e in realtà una risposta sembra essere emersa, a testimonianza del fatto che qualcosa che assomiglia a un sogno comune c’è.
A quanto risulta dalle risposte che mi sono pervenute, il sogno italiano di inizio millennio (inoltrato), è quello di non lavorare più.
Ho come la sensazione che questa non sia una prerogativa dei Millennial, e che anche i trenta-quarantenni degli anni ’90, di fronte a questa domanda, avrebbero dato più o meno la stessa risposta.
Però, c’è un però. Quella generazione era costituita da persone che, pur di vivere il sogno, erano disposte a passare quarant’anni della propria vita a fare la stessa cosa, ad andare nello stesso ufficio, tutti giorni, e senza smart working. Sono anche quelli che ora, appena vanno in pensione, spesso si ingrigiscono, e cercano modi per riprendere a lavorare, o anche per non smettere mai di farlo. Faccio fatica a credere che anche i Millennial di oggi faranno lo stesso tra trent’anni (posto che non avranno il problema di capire come gestire la propria pensione); e di sicuro, quello del posto fisso non è più un obiettivo come lo era quarant’anni fa.
Quindi, provando a interpretare il risultato del mio sondaggino, e anche a speculare un po’, si potrebbe dire che il sogno dei Millennial non sia non lavorare in sé, ma farlo solo per ciò per cui si nutre un vero interesse, avendo però gli stessi stipendi dei propri genitori. Potersi permettere una vita in cui i soldi non sono un problema, ma evitando impegni certi e fissi, routine stipulate per contratto.
È sicuramente una prospettiva intrigante, che non può che solleticare le fantasie di molti.
Come sogno, però, forse si potrebbe fare di meglio.