Generazione sogno
C’era una parola, un tempo, che definiva il nostro modo di stare al mondo, uno statement generazionale con cui noi, i millennials, abbiamo puntualmente risposto a tutte le incombenze della vita, quella presente e quella futura. Scialla. Parola simbolo della filosofia delle nostre giornate, mantra liceale, al solo pronunciarla “scialla” restituiva quella scioltezza di vivere, quell’invito al rilassarsi, al prendere le cose senza panico, a vedere il lato migliore, riducendo i problemi a quisquilie passeggere, senza alcun peso sul lungo termine. Scialla lo studio, scialla il lavoro, scialla il futuro, scialla le responsabilità. Sciallarsi era la cosa più importante: a casa, a scuola, con gli amici. Il futuro ci sembrava come un cinema dove avremmo avuto sempre il nostro posto migliore. Oggi questa parola suona ormai come qualcosa di anacronistico, abolita dal dizionario giovanile, eco di una dolce era lontana e perduta. Perché quando mala tempora currunt, sciallarsi non è più concesso. E noi millennials non lo avevamo capito che i tempi erano cambiati. O almeno, li abbiamo intravisti entrando nel mondo degli adulti, quando era già troppo tardi per risolverli con la nostra ingenua formula magica, rimpiazzata da un altro termine. Ansia: uno dei mali del nostro trentennio. Quella sensazione di perenne allarme, la percezione di un pericolo costante e latente che fa sentire i millennials sull’orlo di un precipizio. Un termine, poi, abusato e ridicolizzato nei meme, dai disegni depressetti, che ironizzano e monetizzano su questa condizione diffusa di malessere, rendendola un elemento della urban coolness. “Ansie croniche ma tette atomiche” campeggia su una tazza di ceramica e ha dell’incredibile vedere quanto la macchina capitalistica sia riuscita a trasformare un terrore psichico in un oggetto di consumo. E così, per la prima volta, è stata attribuita un’etichetta ad una generazione in relazione al suo malessere: la millennial angst. Ma di cosa abbiamo ansia? Secondo un articolo apparso sul Washington Post, noi millennial - cioè i nati più o meno tra gli anni ‘80 e metà degli anni ‘90 - abbiamo attraversato tutte le sfortune più grandi del XXI secolo: crisi economica e recessione, cambiamento climatico e disastri ambientali, saturazione occupazionale e terrorismo. E, a corollario, è arrivata la pandemia appena ci stavamo affacciando nel panorama del lavoro. Un mondo molto diverso da quello in cui siamo cresciuti e da quello che ci era stato promesso.
Foto di Pictures from italian profiles
E se noi con le rivoluzioni, come strumento di riscatto, non abbiamo avuto molto a che fare, il nostro corpo è stata la prima sentinella di un disagio profondo, una manifestazione psichica somatizzata negli attacchi di panico e nel burnout, e in casi più estremi nella depressione. Come una risposta alla velocità del mondo, una richiesta di rallentare, di ripensare al proprio modo di esistere, di tornare ad una dimensione più intima e sicura. Perché nonostante sia lontano da noi attribuire delle etichette, conveniamo con i sociologi di essere una “generazione ponte”, spezzati a metà, in bilico tra due epoche inconciliabili e che potremmo, semplificando, definirle come una analogica e una digitale, o ancora meglio, pre e post social network. Ma anche pre e post calcolatrice di Berlusconi se pensiamo che noi siamo nati addirittura con un’altra moneta, la Lira e che siamo cresciuti con un potere di acquisto molto minore di quello dei nostri genitori. Spartiacque tra questi universi, evento cardine e “assoluto” come lo ha definito Baudrillard, è stato l’11 settembre 2001, che ha interrotto le favole della Melevisione e ha bucato l’ingenuità della nostra infanzia con la sua ferocia, mandando a reti unificate l’immagine del futuro che si srotolava davanti a noi. Ed è proprio verso questa infanzia perduta per sempre, verso questo eden spazio-temporale in cui tutto sembrava migliore che la nostalgia millennial si è rivolta, una nostalgia sui generis perché precoce, vista la nostra età, e indirizzata per la prima volta verso un’epoca vicinissima, lontana solo poco più di un decennio. Abbiamo dovuto cambiare il nostro modo di comunicare e di socializzare, abbiamo dovuto smentire la nostra fede nel futuro, nelle promesse di una società che pensavamo ci avrebbe messo al centro e che invece ci ha chiesto di trasformarci e adattarci, ma soprattutto di rinunciare .Rivedendo L’ultimo bacio, cult dei primi Duemila, con gli occhi di oggi, colpisce pensare che Accorsi e gli altri personaggi fossero quasi trentenni e che, invece di lamentarsi del lavoro e della precarietà, si sposassero e mettessero su famiglia. Fa davvero sorridere pensare che il dilemma cardine del film fosse il tradire o non tradire una Mezzogiorno incinta con Martina Stella. Oggi, non sarebbe così. Anche perché tutte le analisi, i dati ISTAT e gli studi ci danno per spacciati. Specialmente nel lavoro. Da una parte siamo ostacolati dai baby boomer che non vogliono cedere una porzione di potere, e dall’altra siamo minacciati dalla GenZ che si affaccia nel mondo del lavoro più smanettona, digitalizzata e ggiovane da poter accettare salari più bassi. Ma è anche vero che davanti a questo sfacelo, di cui certamente non siamo noi la causa, dobbiamo fare un grande mea culpa per tutte le rivoluzioni che non abbiamo fatto. Siamo la generazione delle ribellioni mancate, dell’adattamento all’italiana persino alle situazioni più ingiuste. Il nostro storico di prese di posizione si ferma alla famosa ma ormai dimenticata Riforma Gelmini, per cui avevamo fatto gran rumore - ammettiamolo - per saltare l’interrogazione di filosofia. Perché noi siamo venuti su così: individualisti e lassisti, cresciuti sperando di non essere oggetto di bullismo, schivando un lancio di cancellino e incassando un insulto; accettando il clientelismo e il nepotismo come un segno distintivo e incancellabile d’italianità; ignorando le disparità come legge naturale del mondo. Ognuno a pensare a come scamparla, senza una visione comunitaria, senza la convinzione di poter cambiare le cose. Come riscattarci ora? Se non altro ci siamo messi in discussione. Abbiamo capito che dovevamo lavorare su noi stessi ma soprattutto che si poteva lavorare su noi stessi. Siamo stati infatti la prima generazione a legittimare la psicoterapia come strumento ordinario di auto aiuto, di conoscenza della propria storia psicologica, spesso leggendo quella dei nostri genitori, condannandoli prima, perdonandoli poi. Ci siamo banalmente chiesti come ci sentivamo, guardando in faccia traumi e tossicità prima che diventassero un argomento mainstream. E forse siamo stati anche i primi a rallentare, memori della vita scialla, di quella vita lenta che abbiamo vissuto davvero, prima che diventasse un brand. Molti di noi hanno mollato tutto, provando a cambiare vita e gli è stata attribuita un’etichetta come di consueto. “The Great Resignation”, “The Big Quit”, tentativi di fuga da una vita performativa pagata al prezzo dei burnout. Eppure siamo stati una generazione tosta, allenati alle ingiustizie grazie alla lunga gavetta delle scuole e dei pomeriggi in strada, attraversando il dolore, i nomignoli, il bullismo prima che diventassero discussioni in parlamento. La GenZ sicuramente è stata più rivoluzionaria di noi in questo, che al posto di incassare ha voluto combattere. Ma se è vero quello che dice uno dei Guru della nostra adolescenza che “Ciò che non uccide, fortifica”, sicuramente abbiamo sviluppato, a torto o a ragione, un nostro humor per far fronte alle tristezze. Abbiamo riso di tutto, dai casi di true crime più efferati, agli scivoloni della politica, alle ingerenze del politicamente corretto, prendendo in giro ogni sofisticatezza, ogni affettazione innaturale. Ma soprattutto siamo una generazione che conserva una ricchezza, un lascito di un mondo estinto che ha del buono e che non va dimenticato in nome dell’avanzamento tecnologico. Siamo ereditari di consapevolezze e visioni della vita che diventeranno risorse per le generazioni che verranno. Della bellezza di vivere fuori dagli schermi, delle cose tangibili che sono le più preziose, e non usa e getta e solo digitali. Della potenza della noia, senza essere sovrastimolati in continuazione. Abbiamo negli occhi e nel cuore le immagini di quello che era il mondo prima, e abbiamo conosciuto sulla nostra pelle quello che è venuto dopo: siamo la pellicola e i pixel, la cornetta e i visori. Saremo i genitori del futuro, seppure in ritardo di qualche anno con la fortuna e la responsabilità di restituire il bello e il brutto dei due mondi. Il giusto e lo sbagliato, saremo come il borace nelle mani di un orefice, essenziale per saldare insieme le due estremità dell’oro e chiudere, infine, l’anello di nozze.
