Apologia della tirannide scolastica

Apologia della tirannide scolastica

Chi si avvia a diventare docente oggi sa di andare incontro a un percorso che non è solo accademico bensì esistenziale. Delle poche, pochissime informazioni utili che si riescono a carpire da un percorso di circa 400 ore (tanto durano i famigerati 60 cfu) ciò che emerge è che l’insegnamento non sia qualcosa che si fa ma qualcosa che si è. Si dovrebbe essere, nello specifico: sorridenti, coerenti, carismatici ma, soprattutto, inappellabili. Inoppugnabili. Inattaccabili. Perché l’insegnante è uno e gli alunni sono 30, dunque i genitori contro cui combattere circa 60.

L’unica auto-difesa, in questa guerra, parrebbe la prevenzione di ogni possibile conflitto attraverso un modus operandi alquanto paradossale. Si tratta, di fatto, di adottare un approccio schizoide: il più formale possibile, fingendo spudoratamente la massima disinvoltura. Andrebbe creato un confine invalicabile simulando amabili conversazioni, “artefacendo” in infinite UDA (unità didattiche di apprendimento), infiniti progetti, infiniti PNRR, la relazione tra docenti e discenti, la quale, naturalmente asimmetrica, deve però apparire paritaria. Nella fatica di questo percorso – di cui è superfluo raccontare i palesi problemi strutturali– il sembiante del docente che vogliamo essere si mescola al fantasma degli studenti che siamo stati (del resto, scegliere di avere a che fare con i giovani significa accettare di non lasciar mai andare il simulacro della nostra giovinezza). Meglio farsi amici i ricordi. Eppure, questi ricordi, rivelano che la memoria più inscalfibile è riservata al professore cattivo.

Più che gli sguardi amorevoli sono rimaste in noi le folgori che sapeva lanciare, più che la battuta di spirito la minaccia, più delle risate collettive il silenzio teso prima che chiamasse i nomi degli interrogati. L’incomprensibile attaccamento al ricordo del professore cattivo può avere molti nomi: sindrome di Stoccolma, sollievo del naufrago scampato alla tempesta, odi et amo di catulliana memoria. Grazie al cielo non avevamo ancora una definizione per misurare il timore al cospetto della cattedra. Ecco forse era l’essere “timorati” del professore, più che timorosi, il sentimento perduto e mai più ritrovato per nessuno. Per tutti la cattiveria del professore ha un volto: puoi selezionare il tuo ricordo preferito. Il despota della classe non ha un dress code, ma c’è qualcosa di riconoscibile nel suo sguardo: una luce sinistra negli occhi, un malcelato e autentico disprezzo. Umilia per il gusto di farlo, gode di un piacere tutto suo mentre ti guarda sprofondare nel tartaro della vergogna. Spera che da quell’abisso tu non riemerga, né alla fine dell’interrogazione (sigillata da uno 0 spaccato), né della tua carriera scolastica. Il professore cattivo è tale perché non intende giustificare la sua cattiveria: non si appella a una vetero pedagogia superata dal metodo Montessori, né ostenta “strategie educative”. La sua cattiveria non è accidentale: a muoverlo è un carburante ibrido di delirio di onnipotenza e frustrazione, l’avvilimento di ritrovarsi a insegnare in una classe di “mediocri buoni a nulla”. Eppure, c’è qualcosa di profondamente erotico nel suono dei suoi passi. La loro gravità contiene un messaggio esplicito: il professore cattivo non è lì per validare le tue emozioni o per farti un applauso perché “ci hai provato”, ma ti ricorda che, allo stato attuale, sei un contenitore vuoto. Nella sua crudeltà esibita, quasi teatrale, risiede una lezione: se non sai risolvere un’equazione di secondo grado sotto lo sguardo gelido di chi ti disprezza, non hai speranze di imparare a fare i conti con le pressioni che il mondo ha in serbo per te. Se potesse farlo, il professore cattivo ti bacchetterebbe nel senso letterale del termine. Sai benissimo che ti farebbe inginocchiare sui ceci e, in qualche remoto angolo del tuo inconscio, forse desideri che lo faccia. Perché in fondo il professore cattivo è l’ultimo argine della tua infanzia, l’ultimo baluardo tra te e i “no” di chi non vorrà niente di nobile da te, al contrario suo, che da te vuole lo stesso amore per ciò che più gli è caro.

Nonostante la sua cattiveria ai limiti dell’umana comprensione, il professore cattivo crea un legame duraturo. Impossibile dimenticarlo. Si può dire lo stesso di molti suoi colleghi? Del professore cattivo ricordiamo a memoria tanto gli insegnamenti quanto gli intercalari, hic haec hoc, farò di questa classe un mattatoio messicano, l’aoristo di erkomai è elton, ti defenestro: il professore cattivo parla solo la sua lingua, che taccia chi non la impara. Il suo contraltare è il cattivo professore: lo si riconosce dall’ampiezza del sorriso a tempo indeterminato. Un sorriso che si dilata alle macchinette alle ore 8 del lunedì fino al suono dell’ultima campanella del venerdì. Quel sorriso gommoso perdura durante gli scrutini e i consigli di classe, tradendo un implicito I don’t give a fuck. Da questo punto di vista, è facile comprendere le sue occhiate incoraggianti, elargite alla classe dal basso di una sedia girata al contrario, simbolo di una relazione rivoluzionariamente egualitaria. Il cattivo professore tenta pose disinvolte e giovanili, ammicca, ti chiama per nome anziché per cognome, manifesta un entusiasmo naif tutt’altro che carismatico. La sua postura da “capo scout” suscita negli studenti una ilarità che sovente si traduce in scarsa considerazione. Diciamocelo: il cattivo professore è l’archetipo della noia immortale. Noioso perché prevedibile, immortale perché il suo copione si ripete indefinitamente dai tempi del Professor Keats fino a quelli di Alessandro Gassman in onda sulla Rai. Con variazioni di genere sullo stesso tema (vedi Julia Roberts in Mona Lisa Smile), ma l’effetto sugli studenti è sempre quello di una serie TV che strappa il cuore solo alle pensionate. Chi ti concede il 6 politico, in fondo, ti sta ignorando; chi ti lancia il compito dalla finestra perché “insufficiente e privo di anima” sta investendo il suo odio su di te. Il professore cattivo ti prende sul serio e, nel melodramma dell’istruzione, l’odio è spesso l’unica forma di attenzione onesta rimasta. 

Per molti docenti di nuova generazione, la materia insegnata, sia essa di area STEM o di impronta umanistica, rappresenta un pretesto per “crescere insieme”. Al contrario, il professore cattivo venera il Greco, la Fisica, la Filosofia al punto tale da rifiutarsi di tradurle in parole semplici e povere. In questo senso, e in modo del tutto involontario, eleva gli adolescenti incerti verso la sacralità del sapere, anziché abbassare il sapere a livello dei manuali di liceo. Infine, del professore cattivo non si può non apprezzare la giustizia. Il tiranno della cattedra è cieco come ananke, la dea greca della necessità: odia tutti allo stesso modo. In quell’odio sovraesteso risiede una democrazia perfetta, di ellenica memoria. L’unico modo per sfuggirgli non è essere simpatici, ma eccellenti. Questa è l’unica via di salvezza. 

Benedetta Marinelli e Elisabetta Romeo