La vita lenta non esiste
di Achille Lombardo
Esiste da qualche parte probabilmente una vita lenta. Noi non sappiamo in verità dove si trovi, e chi lo sa si guarda bene dal raccontarcelo. Noi che ci aggreghiamo dove tutto scorre velocemente, i lavori da ufficio, le amicizie, gli amori, tutto; sono lenti solo il traffico e la signora davanti a noi alle casse. Siamo quelli che fanno un aperitivo al giorno, ma a cui piace lamentarsi degli aperitivi, facciamo le vacanze veloci e low cost - weekend a Budapest, Islanda A/R in giornata, Vietnam Laos e Cambogia in 10 giorni - ma se ce lo chiedessero vorremmo sparire su un’Eolia per tre mesi d’estate; o meglio in primavera, quando non c’è nessuno.
Noi che compriamo su Vinted, scopiamo su Hinge, andiamo in giro in Lime, che scegliamo di fare le cose che facciamo anche in base a quanto siano accessibili e fruibili velocemente. Siamo proprio noi gli utenti che seguono le pagine Vita_Lenta e simili, che sosteniamo questo svilimento di tutto ciò che non ci appartiene, noi milanesi dentro, propagandisticamente mediterranei, ma nord-europei per ambizione, rincuorati da quel ricordo vado di un’estate di tanto tempo fa - quello stormo sul mare, il rumore delle onde, un pescatore che rincasa - ricordo col quale fuggiamo dai fogli Excel della nostra anima e ci costruiamo una sensibilità diversa e speciale, che gli sconosciuti in metro seduti affianco a noi sicuramente non hanno modo di coltivare.
La vita lenta che conosciamo noi è quella che dura qualche minuto, una pausa caffè, una scrollata sul cesso, paragonabile a un rifiatare estivo dopo 11 mesi e mezzo di ufficio e di smog; non una “vita” vera e propria, ma un attimo di bei colori e spazi ampi per rilassare gli occhi e la mente, prima di tornare a torturarli con dei ritmi insostenibili. È quel fantasticare da vacanza sulla fine che fanno quelle case d’inverno, se chiudono i bar e i ristoranti, come sono le spiagge quando la calca non c’è; sogni metropolitani, che può permettersi chi non frequenta la noia e l’abbrutimento dei paesi che ormai vivono solo d’estate, il silenzio come condanna, quel senso di vuoto quando fuori piove, non hai la testa o la voglia di leggere, e non c’è proprio nulla da fare, se non sognare di essere altrove. Ci mancava solo la Vita Lenta, un brand che sembra pensato a tavolino da un ufficio di marketing per noi eterni precari, dislocati e ammassati in quelle quattro o cinque città dov’è c’è un po’ più di lavoro, che sognano di tornare al paese dal quale la fame e la noia hanno fatto scappare via i nonni.
E i paesini che provano ad attrarli con tutti i mezzi a loro disposizione, le fibre ottiche, le case a 1 euro, gli incentivi, fino al giorno in cui non si inverte la prospettiva, e i danni della omologazione turistica non si abbattono sul territorio, col ricambio generazionale a perdere, tra autoctoni ormai in pensione e giovani lavoratori a distanza che valgono poco più del contributo economico dei loro consumi.
Noi della vita lenta, dei sogni bucolici, delle distorsioni esotiche delle vite altre, non ce ne dovremmo curare. Dovremmo lasciare ai luoghi, ai popoli e alle tradizioni il diritto all’oblio o all’estinzione. Dovremmo tacere di tutto in cui ci imbattiamo che sembra fuori dal tempo e resistere alla tentazione di ri-immetterlo nel tempo offrendolo come esperienza, mentre accettiamo con serenità che il mondo nuovo esaurisca le risorse di quello vecchio e morente. È così che va ed è sempre andato. È così che nascono tradizioni nuove, incroci impensabili, ibridazioni.
Abbiamo trovato invece il modo di immortalare tutto ciò che è incompatibile con i ritmi della vita che ci hanno imposto, di rinchiuderlo in una teca, e disporne alla bisogna, come sogno da interrogare di una vita alternativa, quando la nostra diventa intollerabile. Ma l’operazione non è priva di costi e i nodi vengono sempre al pettine. Ciò che teniamo sospeso a metà tra la vita e la morte, a cui non permettiamo di dissolversi, rimane intrappolato e svuotato di senso, ridotto a immagine di sé stesso, sia esso un vecchio su una sedia di plastica, una donna che impasta per strada, un tratto di mare avvolto dal silenzio.
Ovviamente non è colpa delle pagine Vita_lenta o dei suoi vari emulatori; non se lo sono inventate loro l’esotismo della povertà mediterranea, già frequentato con insistenza dai film americani.
Forse non è neanche davvero colpa di nessuno, è un meccanismo inconscio e inarrestabile, per cui la vita nei loculi di Milano crea per effetto contrario l’idealizzazione del paesino disabitato in Calabria, e le due cose non possono esistere l’una senza l’altra. L’unico strumento che ci viene offerto è sempre lo stesso, ed è l’ammissione di una resa, il chiamarsi fuori. Tacere di ciò che scopriamo, rifiutare tutto ciò che puzza di falso, avere la lungimiranza di capire che il male che accumuliamo in città non svanisce, ma si sposta altrove, poggiandosi sui prezzi delle case dei paesi che colonizziamo, sulle abitudini locali, sui paesaggi da cartolina.
Che non tutto deve esserci accessibile, a noi inguaribili metropolitani, che non basta comprarsi una casa per fare parte di una comunità, che lavorando da remoto togliamo risorse sia al posto in cui lavoriamo sia a quello in cui abitiamo, da un lato svuotando le città delle nostre energie e rinunciando a politicizzare la nostra frustrazione, dall’altra portando nei paesi un potere d’acquisto spropositato e avanzando esigenze dall’aria moderna ma dagli effetti nefasti a lungo termine. Capire come quello della vita lenta-vita veloce sia un circolo vizioso, che tiene il sud del mondo bloccato nella soggezione rispetto ai desideri vacanzieri ed escapisti del nord, mentre il nord continua a promuovere i propri ritmi inaccettabili perché a renderli accettabili è il sollievo lento e fuori dal mondo che offre il sud.
Ed è uno scarico vicendevole delle reciproche colpe, il nord che delocalizza le sue ingiustizie inconciliabili con una vita dignitosa, il sud che evade le sue irresponsabilità amministrative ventilato meccanicamente dai capitali del nord. Non vuol dire però che bisogna morire poveri o stronzi così come si è nati, esiste il diritto al cambiamento, ci si può trasferire, si può cercare di cambiare la propria vita, si possono visitare posti altri e lasciarsi ispirare. Bisognerebbe solo che cominciassimo ciascuno a gestire i propri rifiuti, rendendoci conto che in un mondo come il nostro non possono esistere soluzione facili, e che la vita lenta e altre trovate come questa sono la punta dell’iceberg ideologico che permette al veleno della vita quotidiana di diffondersi in modo più lento e capillare, raggiungere zone altrimenti impermeabili, e rendere ogni luogo uguale all’altro e senza speranza.