Amare le ragazze è da gay
L’universo maschile, quello dei maschi bianchi italo-etero-cis, è dominato da una serie di lampanti contraddizioni e ambiguità, così irriflesse e confuse da riuscire a stento a tenersi insieme tutte quante sotto il cappello dell’ironia. La situazione è ancora più strana se si considera il fatto che si parte tutti, da bambini, da una condizione di asessuata equità, in cui l’unico discrimine per posizionarsi a un apice o all’altro della gerarchia sociale, per i maschietti, è la bravura a calcio. Sono tempi semplici, che si mischiano nel ricordo ai vapori dell’infanzia. Sei bravo? Sei un grande. Senza appello. Nessuno pretenderà altro da te. Sei così così? Puoi comunque fare merenda con i fichi, ma devi portare qualcos’altro al tavolo, un gameboy nuovo, un fratello più grande, una casa al mare. Sei una pippa? È meglio che sviluppi uno spiccato senso dell’umorismo o i prossimi anni saranno tosti per te.
Poi arriva la tempesta ormonale, e tutto esplode, i brufoli, i peli, i desideri confusi. Tutto è ancora semplice all’inizio, c’è solo questa nuova esigenza di stimolarsi ossessivamente la zona inguinale, ma è un gioco come un altro, lo si può condividere con gli amici, partono le seghe felliniane di gruppo, i discorsi interminabili e monotematici sul muretto, le leggende della “mano morta”, delle giornate estive a doppia cifra, quello che se ne esce che ha già scopato con la cugina, e via dicendo. Infine un giorno succede. Uno di quelli così così a calcio, un gregario, una mezza calzetta, ci sta mettendo un sacco di tempo a raggiungere il campo da calcio, sta lì, fermo, al muretto, con le ragazze. Vuole stare con le ragazze. Siamo dispari però, ne manca solo uno, tutti gli altri sono delle pippe, o delle ragazze. All’improvviso, dalle retrovie, si leva una voce. “Maledetto frocio”. E scoppiano le risate. Quello così così ride anche lui, saluta le ragazze e viene a giocare a pallone. Tutto è salvo. Il gruppo è di nuovo compatto, nessuno è frocio, possiamo tornare a giocare a calcio.
Ormai però qualcosa si è incrinato, il vaso si è aperto. Una nuova arma è diventata disponibile. D’ora in poi ogni minaccia alla tenuta e alla solidità del gruppo, anche la più minuscola, sarà controbilanciata con l’accusa infamante, sempre a sfondo ironico, non sia mai, di omosessualità. Non esci con noi stasera? Sei un frocio! Vuoi stare a casa con la ragazza? Ricchione! Non vuoi fare l’ennesimo viaggio tutti piselli in un posto pieno di inglesi ubriachi dove chiaverà solo uno di noi per sbaglio approfittando dell’unico quarto d’ora in cui tutti gli altri erano distratti? Finocchio!
Da qui poi le strade si dipanano, a seconda della matrice politico-economica del gruppo di soli maschi. Da un lato la misoginia dichiarata dei gruppi destrorsi che si consolidano intorno ad attività socializzate per uomini, come il calcio, le birre, l’andare a turiste; presso di questi non solo quasi ogni battuta che viene fatta ha come sfondo il fatto che qualcuno del gruppo sia gay, ma anche l’autoironia non conosce alcuno sviluppo che non concerne il mettersi in una posa associata a un’omosessualità molto macchiettistica, oppure dire qualcosa “da gay”, o con gruppetti di soli maschi non risparmiano ugualmente battute a sfondo omosessuale, ma avanzano la pretesa di “aver fatto il giro”, di essere perciò così decostruiti e pieni di amici gay da potersi permettere quello stesso tipo di ironia che andava alle medie, ma con tutto il peso e il gusto di tradire la propria coscienza civile.
La domanda a questo punto sorge spontanea... ma perché essere gay dovrebbe fare così ridere? In nessuno di questi contesti in realtà l’omofobia è dichiarata, benché sia il presupposto e spesso il collante ironico degli stessi gruppi. Amici o persone gay sono sempre ben accette, soprattutto quelle che “non se la prendono” e contribuiscono come possono alle ingiurie a sfondo omofobo. Anzi la presenza fissa o la frequentazione di omosessuali rende ancora più godibile l’ossessivo e incontinente rilancio di insulti, perché allontana il sospetto di una malizia nascosta, e perciò permette alle brutalità verbali di esprimersi senza il sospetto di una corrispondente amoralità.
Ma cos’è allora quella qualità “dell’essere gay” che fa ridere i gruppi di maschi? Da cosa prendono collettivamente le distanze i maschietti quando ridono tutti dell’eventualità che qualcuno sia frocio? Anzitutto si potrebbe rispondere che i gay rappresentano degli infiltrati di quel mondo delle donne distanziandosi dalle quali sono nati i gruppi di maschi (quelli più longevi e spesso destinati al ricatto reciproco della noia immutabile, al litigio o al tradimento interno).I gay hanno un piede nell’altro mondo, quello della sensibilità e del pettinarsi vicendevolmente i capelli. Rappresentano perciò una minaccia alle fondamenta stesse del gruppo che tiene in ostaggio l’emotività di molti uomini fino alla prima età adulta. C’è poi il problema delle dubbie intenzioni. Un amico gay potrebbe sempre innamorarsi di qualcuno del gruppo, e portare a un’inevitabile frattura, da imputarsi sempre all’inca- pacità del gruppo di maschi di risolvere qualsiasi tensione che sfiori l’ambito emotivo.
Ma soprattutto, ci sentiamo di suggerire, per la stessa natura della complessità sociale dell’essere gay, gli omosessuali immettono nel gruppo di maschi una radice di serietà, pongono dei limiti al dissacrabile, l’unico mezzo che veicola lo scambio di dubbi, curiosità, sentimenti e insicurezze che in un contesto altrimenti più sano e aperto sarebbe affrontato dalla ricerca di dialogo o al limite da un cerchio di ascolto. E i maschietti sono stati allevati socialmente per non affrontare questo genere di problemi, per risolvere le tensioni con uno sfogo sul campo da calcio, o con una piccola azzuffata che stringa in una morsa ambigua due corpi massicci e pelosi. Tutto il resto sono cazzate, roba da froci.