Il Buio Oltre la Sega

Il Buio Oltre la Sega

Dietro alla stazione di Roma Termini, tra gli empori dei cinesi, le tavole calde somale e gli edifici ministeriali, c’è un cinema. Ma non un cinema come gli altri. Qui non si mangiano i pop corn, non danno Euphoria e non bisogna per forza arrivare puntuali. È il Cinema Ambasciatori, l’ultima sala a luci rosse della capitale. Entrarci significa fare un tuffo nel passato, ma anche accedere ad un mondo parallelo dai contorni grigi, in cui si consuma una socialità cruda, a tratti disperata, eppur così tremendamente reale.

Non sono mai stato in un cinema a luci rosse. Francamente pensavo neanche esistessero più, spazzati via da Onlyfans e dal porno con l’IA. Di questi posti ne ho sentito parlare qualche volta da qualche over 50. Non ho mai capito cosa succedesse davvero al loro interno, se fossero semplici cinema ma con Tinto Brass al posto di Carlo Verdone, teatri di innocenti seghe di gruppo oppure luoghi di perdizione dove prendere la gonorrea. Fatto sta che per vie traverse sono venuto a sapere che a Roma ce n’è uno ancora aperto. In tutt’Italia ne sono rimasti circa una dozzina. Così, prima che il tardo capitalismo si mangi anche questo, ho deciso di andare a vedere cosa succede al Sexy Movie Ambasciatori, un luogo che fin dalle prime ricerche in rete si configura come una vera e propria anomalia del presente. 

Non è infatti su MyMovies e non ha un sito internet. Se non fosse per le recensioni su Google- contraddittorie nell’insieme- qualcuno potrebbe anche metterne in dubbio l’esistenza: “Posto tranquillo per vedere il meglio della cinematografia hard...molto soddisfatto penso di ritornarci”- scrive Lindaingorda. “Orrendo, sporco, una vera bolgia infernale”- scrive un altro utente. La programmazione, ça va sans dire, non è dato saperla, così come gli orari di apertura. L’unico modo per ottenere informazioni è alzare il telefono e chiamare, come quando chiedevamo i compiti al nostro compagno delle elementari: -”Siamo aperti tutti i giorni dalle 10 alle 21”- dice una voce femminile con un velato accento dell’est.

Quando, insieme a G., che ho trascinato con me in questa avventura, arriviamo al 101 di Via Montebello, ad accoglierci c’è una vecchia insegna gialla al neon. Due lettere sono fulminate: “AMSCIATORI”- si legge. Accanto ce n’è un’altra blu, più piccola, integra: “SEXY MOVIE”. Varcata la soglia con un po’ di titubanza, quello che si apre davanti a noi è un ambiente piuttosto anonimo e spoglio, anche se non necessariamente spiacevole. Un pianoforte al centro della sala, qualche locandina hard appesa al muro. Dei divanetti rossi sui quali vegetano due uomini, uno distante dall’altro, uno di loro ha una grossa valigia. Non si ode rumore alcuno, solo in lontananza il ronzio meccanico di un distributore automatico. Chiediamo due biglietti, il costo è di 10 euro ciascuno. A darceli è la donna con cui ho parlato a telefono, la riconosco dalla voce, sembra felice di vederci. Ci consegna la programmazione, che altro non è che una tabella stampata su un foglio A4. In tabellone oggi ci sono “Gioielli e Culi Belli”, “No Così No Più Forte”, “Orgasmi sul Danubio” e “Donne Senza Limiti” (titolo quest’ultimo che potrebbe essere tranquillamente anche quello di un corto femminista). Quattro film a spettacolo, rigorosamente in pellicola, per la durata complessiva di circa un’ora e mezza - “ma potete stare quanto volete”- aggiunge la bigliettaia. Mentre ci dirigiamo in sala, un uomo storpio, basso e dal ventre oltremodo rigonfio, con una busta della spesa in mano, ci sorride calorosamente. Emana un fetore di cassonetto e morte.

Oltre le lise tende rosse la sala è sorprendentemente vasta. I soffitti sono altissimi, il verde palude delle poltrone conferisce all’ambiente un che di decisamente vetusto. L’odore della candeggina si mischia a quello del fumo di sigaretta. La luce è fioca, ma molto più intensa di quella di un cinema tradizionale. Più che sufficiente per distinguere i volti degli avventori, una ventina in tutto. Si alzano, cambiano di posto, parlottano, scompaiono e riappaiono nella penombra: nessuno sembra prestare particolare attenzione al progetto di ristrutturazione che un anziano architetto, sullo schermo, sta presentando alla procace proprietaria. Nel viavai generale, quel che è certo è che la nostra presenza non è passata inosservata. Neanche due minuti e un uomo si avvicina, si siede accanto a me, mi guarda, mi poggia una mano sull’interno coscia. Benvenuti al cinema Ambasciatori.

Girando per i corridoi si incontrano solo uomini. La maggior parte ha una sessantina d’anni, se non di più. Alcuni hanno volti lombrosiani, molti un aspetto trasandato, quasi tutti portano un piccolo zainetto sulle spalle, che sembra essere l’unico vero tratto distintivo della clientela dell’Ambasciatori. Più che l’aspetto esteriore, di questi uomini colpisce il modo di muoversi. Si aggirano con andatura lenta e fare circospetto tra i diversi ambienti del cinema. Galleria, platea, ingresso, bagno, antibagno. Nessuno parla. Osservano, si fermano in un punto imprecisato della sala, aspettano. Se non una lingua, un linguaggio: ogni sguardo, ogni movimento, ogni esitazione, sembra assumere un significato ben preciso. La sensazione è che da un momento all’altro possa succedere qualcosa. Oltre a loro, a popolare il cinema sono dei ragazzi più giovani, stranieri, vestiti in modo curato. Hanno l’aria rilassata mentre scrollano al telefono seduti sui gradini che portano alla galleria.

Se la platea è la piazza principale di questa città, la galleria sono i suoi vicoli, i suoi Caruggi. Qui dove il buio è totale e l’audio della pellicola arriva ovattato, converge la maggior parte degli avventori e quell’insieme di segnali trova la sua applicazione. Per chi non partecipa, l’esperienza è prettamente uditiva, al massimo olfattiva. Il clic di un accendino. Il bruciare della sigaretta. L’abbassarsi di una zip. Il suono umido e cadenzato di un’intimità proibita. Il respiro che accelera fino a diventare gemito. L’odore della candeggina e del fumo che si mischia a quello della saliva, dei corpi. Nell’andirivieni generale riemerge da chissà dove l’uomo basso e panciuto che ci ha salutato all’entrata. Prende posto senza esitazioni accanto a un ragazzo, parlottano, si scambiano qualcosa. Poi si abbassa i pantaloni e afferra la testa del giovane. La distanza che ci separa non è più di mezzo metro.

Quando tra un film e l’altro le luci si accendono, in questo cinema accade qualcosa di singolare, inaspettato. Trenta secondi. Quanto basta perché tutti smettano di fare quello che stavano facendo. Sagome fino a un secondo prima accartocciate le une sulle altre, adesso si separano rapidamente. Chi prima si abbracciava adesso fissa il vuoto. Da dietro l’ultima fila parte un fuggi fuggi generale. Poi torna il buio, cambiano gli interpreti e tutto ricomincia. Alle ventuno si accendono le luci per l’ultima volta. Molti se ne sono già andati. A restare sono soltanto i segni del loro passaggio, che la bigliettaia cerca di cancellare con secchio e mocio - “Siete stati bene?”- ci chiede mentre insieme agli ultimi superstiti ci avviamo all’uscita.

Fuori è un altro sabato sera. Un sabato qualunque, un sabato romano. Tra l’aperitivo che volge al termine e i dehors pieni di turisti, le tre ore passate dentro l’Ambasciatori sono un’allucinazione, un trip sotto acidi in centro città. Pensare che nel 2026 esista un posto del genere può sembrare assurdo, ma il dubbio è che l’Ambasciatori non sopravviva nonostante internet, ma perché ne è l’antitesi. Certamente è un luogo sordido. Lo è nei suoi odori, nelle sue macchie incrostate sui sedili, nelle sue interazioni. Rifugio di un’umanità liminale, che vive nell’ombra, talvolta nella vergogna. Ma se questo luogo resiste è anche perché in quegli orgasmi soffocati non ci sono algoritmi, webcam, Onlyfans o donnine fatte con lA. C’è soprattutto un bisogno ancestrale di contatto, di qualcuno, forse, con cui provare almeno per sette secondi a scacciare insieme la solitudine.

Lunga vita all’Ambasciatori.

di Jacopo Di Gerlando