Goodbye Firenze

Goodbye Firenze

Fino a qualche tempo fa, quando mettevo piede fuori da Firenze, ad ogni mia presentazione faceva seguito un “la hoha hola hon la hannuccia horta horta”. Da un paio d’anni, quella frase è stata rimpiazzata da “bada home la fuma”, grido di battaglia del celeberrimo Tommy dell’Antico Vinaioil Jeff Bezos dei paninari. Questa sostituzione, sebbene mantenga inalterata la scarsa profondità del siparietto (ma chi sono io per giudicare, d’altronde i toscani in quanto a senso dell’umorismo vanno lasciati stare), è però emblematica di cosa rappresenti Firenze oggi agli occhi di molti: un parco giochi dove sgranocchiare schiacciate tra un selfie e l’altro su Ponte Vecchio.

Firenze, l’overtourism di cui ci siamo dimenticati

Nel ritrito dibattito sull’ overtourism nel nostro paese, si parla tanto di Venezia, Roma o addirittura Milano, dimenticandosi troppo spesso di quanto il turismo stia plasmando Firenze e i fiorentini. Lasciando per un attimo da parte il solito Rinascimento, fa strano pensare che fino a non molto tempo fa Firenze sia stata un crocevia di intellettuali, una fucina di pensatori con pochi eguali. Per i lastroni delle sue strade sono passati Soffici, Papini, Slataper, Marinetti, D’Annunzio, Campana, Saba e Palazzeschi prima; Montale, Pratolini e Fallaci poi; nei suoi caffè letterari hanno visto la luce riviste storiche del panorama culturale italiano come Il Leonardo, Lacerba e La Voce. Per non parlare del Gabinetto Vieusseux, della Nuova Antologia e infine di Tarkovskij, giusto per non farsi mancare niente.

Non sono mai stato un reazionario brontolone, e anzi ho sempre guardato storto quella parte della mia città restía a ogni cambiamento e pronta a fare di ogni traccia di passato un feticcio. Ma, effettivamente, facendo un giro per le strade del centro è impossibile negare come per larga parte queste siano diventate regno indiscusso del trash più totale.

Una grande turisto-distopia fatta di golf cart cariche di americani obesi, pregiudicati che sperano tu inciampi in una di quelle stampe tremende messe di proposito in mezzo alla strada, bisteccherie aperte coi soldi della ‘Ndrangheta, finte botteghe di pelletteria e tenori che intonano Con Te Partirò in ogni piazza e piazzetta, immortalati dai grandangoli degli iPhone 35 Pro Max dei turisti di mezzo mondo. Come se non bastasse, e questa è notizia degli ultimi giorni, anche i ben 725 metri navigabili del fiume Arno, che in epoca contemporanea è sempre stato un mero orpello, sono diventati oggetto del contendere tra i vari operatori turistici di crociere e crocierine, spuntati come funghi dopo il Covid.

Certo, direte voi, mutatis mutandis più o meno lo stesso spettacolo a cui si assiste in tutte le città italiane, vedasi Napoli, ultima in ordine di arrivo sul grande carro dello sputtanamento urbano. Ma il fatto è che Firenze è davvero piccola: cinque chilometri quadrati di centro storico nel quale si concentra una marea di gente. Basandosi sul report annuale di Sociometrica, nel 2025 gli arrivi a Firenze sono stati 4,6 milioni, 11,1 milioni le presenze, ovvero i pernottamenti totali, 28.324 quelle medie giornaliere. Se rapportato alla popolazione residente nel centro si arriva ad un indice di intensità del 42%, ovvero quasi un turista ogni due residenti. Solo nell’isola di Venezia questo indicatore è più alto (79%).

Tralasciando le dubbie scelte dell’amministrazione comunale nella gestione del patrimonio immobiliare (tipo la faccenda del cubo nero), la sensazione è che dal Covid in poi qualcosa sia davvero cambiato nel tessuto economico e sociale della città. Fuori dal mio liceo, il pizzicagnolo che per anni mi ha sfamato con gusto e garbo è diventato una bottega deluxe di vino e taglieri. Dove compravo le scarpe ora c’è un Conad, prima una pokeria. Nella gelateria accanto il cono a 1€ non esiste più e c’è la fila per entrare. È rimasto il bar tabaccheria, ma ora fa l’iced coffee e il flat white e non vende più i pacchetti da dieci di Chesterfield che ci smezzavamo contando i centesimi. Evidenza aneddotica, certo, ma che mischiata alla nostalgia per un passato vicino nel tempo - eppure così lontano - mi rende ancora più triste ogni volta che ripasso da lì.

Gli study abroad

A differenza di altre città italiane, Firenze deve, inoltre, fare i conti anche con il fenomeno estremamente impattante degli study abroad. Con 42 università americane sul suo territorio, il capoluogo toscano è infatti la città più gettonata nel Bel Paese dagli studenti statunitensi per frequentare un periodo di studio all’estero. Nel 2024, sono stati più di 18.000 gli arrivi di questo tipo, al netto di tutti gli altri derivanti dal turismo convenzionale. Si tratta di ragazzi e ragazze che trascorrono in città periodi abbastanza brevi, in media tre mesi, e che vengono alloggiati per la stragrande maggioranza in appartamenti del centro storico. Lo dicono in pochi, ma al pari degli affitti brevi à la Airbnb questo è un fattore che ha contribuito drasticamente alla riduzione dell’offerta di alloggi a prezzi abbordabili per fuori sede e lavoratori, nonché per i fiorentini stessi (sia mai poi che un fiorentino voglia andare a vivere da solo).

L’afflusso massiccio di questa popolazione semi-stanziale ma in continuo ricambio, ha contribuito al sorgere di una sorta di città parallela con una geografia ben precisa, dove interi isolati ospitano attività commerciali rivolte esclusivamente a questo target, con prezzi che riflettono una capacità di spesa inarrivabile per la stragrande maggioranza degli italiani e nei quali in casi limite è concretamente precluso l’accesso ai non stranieri.

La solita, annosa questione

Il tema però, purtroppo è sempre quello: va bene lamentarsi, ma a Firenze di turismo ci si campa. Quanti ci campino dignitosamente è un altro discorso, che vale la pena di essere affrontato in separata sede, ma sempre secondo il già citato report di Sociometrica il turismo a Firenze genera, solo di consumi, 3 miliardi di euro. Avoglia a dire, come si sente spesso, che “è un fenomeno che va governato”, chiaro, ma quando migliaia di persone in città dipendono dal dollaro di Jeff o dallo Yuan di Wei non è cosa per niente semplice. È infatti virtualmente impossibile non avere nella propria cerchia di conoscenti stretti qualcuno che non sia direttamente implicato nel turismo.

Chi scrive, ad esempio, ha fatto svariati lavori nel settore, da ultimo la guida turistica. Una guida turistica per certi versi atipica, dato che il mio lavoro consisteva nell’accompagnare i visitatori alla scoperta delle c.d hidden gems, termine ormai abusato e prossimo alla perdita di reale significato che sta sostanzialmente a indicare le chicchette fuori dai percorsi turistici standard. Un compito che all’inizio svolgevo volentieri, non solo perché la paga era superiore a quella di un qualsiasi altro lavoretto, ma perché ero mosso da un sincero desiderio di far conoscere il volto celato della mia città.

Poi progressivamente il mio lavoro è diventato sempre più difficile, con quel volto che ogni giorno si svelava sempre di più anche senza il mio aiuto. Sui reel di Instagram, sul passaparola di Reddit, sui video degli influencer di TikTok. Fin quando, consapevole ormai di essere parte del problema, ho pensato fosse meglio salvaguardare quelle tre cose rimaste davvero hidden e assecondare la richiesta di provare “the cannolis in the famous bakery near Ponte Vecchio that we saw on TikTok”, oppure “the famous affogato at Vivoli”.

La porti un bacione a Firenze

Per concludere, quella di Firenze è la parabola di una città che giorno dopo giorno si è piegata al gusto e al volere del turista globale, categoria di cui, sia ben chiaro, con vizi e virtù facciamo tutti parte, modificando il suo aspetto e forse la sua anima. La conseguenza ultima, non sorprende, è che i fiorentini vanno via. Emigrano. Come se fosse un paesino qualsiasi dell’entroterra lucano. Al punto che oggi, per molti, le vacanze sono sempre più il momento per riunire la sempre più nutrita diaspora e festeggiare insieme agli affetti di un tempo la Pasquetta o il Capodanno.

Ma forse sono stato fin troppo cattivo. Sono arrabbiato, è vero, eppur in cuor mio, un giorno, spero di tornare, perché ogni volta che dal treno vedo le colline e i cipressi e i terratetti gialli con le persiane verdi mi si stringe forte il cuore.

La porti un bacione a Firenze,
che l’è la mia città
che in cuore ho sempre qui.

(La porti un bacione a Firenze, Odoardo Spadaro, 1937)

di Jacopo Di Gerlando